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Mario Bonanno E Stefania Rosso

Che mi dici di Stefano Rosso? Fenomenologia di un cantautore rimosso

Mario Bonanno E Stefania Rosso


GrandeSconcerto - Stampa Alternativa

di Andrea Tarquini
Io che ci ho suonato insieme diversi anni, esordendo grazie a lui al Folkstudio di Roma tanti anni fa, posso dire che di Stefano Rosso si è parlato tanto ma forse è ancora troppo poco. Sono infatti ancora in molti a non conoscere questo talentuoso e raro cantautore romano anzi, trasteverino, che vide il suo periodo di maggior successo a cavallo tra la fine dei settanta e i primi anni ottanta.

Da questo punto di vista “Che mi dici di Stefano Rosso?” di Mario Bonanno e Stefania Rosso (Ed. Stampa Alternativa 2011), libro/cd che qui recensiamo, ha un sottotitolo particolarmente azzeccato: fenomenologia di un autore rimosso.

Il personaggio, come ebbi modo di scrivere in un articolo poi riportato anche in questo libro, non era certo un uomo facile. Il mondo delle industrie discografiche gli stava stretto ed una serie di scelte (anche discutibili) compiute nella vita lo portarono ad essere estromesso dall’industria che conta. Sicuramente in alcune parti il libro tende eccessivamente a descrivere l’artista come uno controcorrente, contropotere, artista duro e puro, antisistema, contestatore e alcoolico come se queste cose fossero tutte insieme e tutte obbligatorie insomma, così si rischia un po’ la caricatura.

Tuttavia il libro centra il problema nel denunciare come questa vera e propria rimozione collettiva, operata su quelle splendide canzoni, sia stata non solo reale ma anche  una lezione davvero troppo severa per un artista vero che è sempre stato tale. Autenticamente. Senza “letteratura” o cliché e che nel bene o nel male ha pubblicato più di dieci dischi oltre ad aver partecipato al festival di Sanremo.

Il libro, dopo gli articoli e le presentazioni di Stefania Rosso, figlia di Stefano, e Mario Bonanno (che con il dovuto rispetto per la categoria e per Buonanno stesso, ha l’unico torto di continuare a scrivere che faccio il giornalista, confondendomi forse con l’Andrea Tarquini che scrive per Repubblica, in realtà sono un musicista), vede i contributi di molti testimoni di quel periodo legato al periodo d’oro del Folkstudio, da Mimmo Locasciulli ad Ernesto Bassignano, Andrea Carpi e altri.

A mio parere se oggi dovessimo freddamente rispondere alla domanda; “perché Stefano Rosso è importante per la musica italiana?”, certamente la risposta sarebbe complessa e articolata, ma il punto più saliente è che Stefano Rosso fu una vera e naturale sintesi tra quel mondo di Trastevere che alla metà degli anni ’70 ancora era un paesino, coi suoi stornelli, i suoi vicoli, ed il suo popolo autenticamente proletario, e quel momento nel quale in Piazza Santa Maria in Trastevere arrivò il vento americano del folk, del fingerpicking, della canzoni di protesta, ma anche della beat generation, dei capelloni, delle droghe leggere, della ribellione giovanile, dell’emancipazione femminile etc. Stefano Rosso sintetizzò tutto questo in una miscela di storie per lo più raccontate con l’umorismo tagliente e talvolta strafottente che si trova a Roma, esposte con uno sapiente stile chitarristico da vero folksinger americano e con una ottima e calda voce cantautorale. Per questo non sarebbe sbagliato dire che egli era uno dei pochi autentici folksinger che l’Italia abbia mai avuto. A dimostrarcelo c’è proprio il cd allegato al libro, un cd la cui selezione dei brani poteva forse essere meglio curata, omettendo magari i silenzi tra brano e brano, ma senza dubbio si tratta di un documento ormai rarissimo che non si può non avere. Una manciata di brani suonati e cantati da Stefano Rosso da solo, chitarra e voce, in una serata (o più serate) proprio in quel mitico Folkstudio prima che chiudesse definitivamente dopo la scomparsa di Giancarlo Cesaroni che per tanti anni lo condusse.

Nel concerto si sentono le varie vene di Stefano che spazia dall’America a Trastevere, scherzando col pubblico, dicendo battute spesso demenziali, e proponendo brani strumentali e canzoni che per testi e musica vanno dalla ballata country, al pop, al blues. Insomma un documento imperdibile. A Stefania Rosso e Mario Bonanno quindi va il merito di aver puntato una luce su questa zona d’ombra che la rimozione di cui abbiamo parlato aveva accumulato negli anni. A noi non ci resta che ascoltare un autentico folksinger, augurandoci che queste canzoni vengano riscoperte, diffuse e cantate.