Mario A. Curletto e Romano Lupi L’URSS di Italo Calvino
Sandro Teti Editore, 2026, introduzione di Silvio Ferrari, 186 pagine, 18 euro Saggi | Società
22/07/2026 di Mario Bonanno
Quando gli intellettuali amavano la Russia
Disprezzo l’opinionismo paludato ma anche quello prezzolato e a senso unico che convoglia sulla Russia la radice di ogni male geopolitico. Si tratta, del resto, di una vecchia storia, risalente ai tempi in cui c’era ancora l’Unione Sovietica: essendo venute meno come pretesto denigrativo le purghe staliniane, le code per il pane, i pogrom, la fame, le code, la censura e quant’altro sostentava la russofobia occidentale, il rosario denigratorio si concentra oggi sulla malevola Russia putiniana. Non mi stanco di ripeterlo: il pulpito da cui viene la predica è inattendibile per vizio di forma: le inquadrature occidentali dell’Unione Sovietica e della Russia, in primo e secondo luogo, risultano falsate ab origine dall’ottica capitalistica e dal servilismo atlantista che condiziona i giudizi politico-sociali a queste latitudini. Senza negarne gli aspetti illibertari (ma andrebbe tenuto anche conto dei subdoli autoritarismi vigenti in nazioni cosiddette democratiche), rimango del parere che il socialismo realizzato in URSS e in gran parte dei suoi ex stati satellite costituisca quanto di più stabile e socialmente funzionale abbia conosciuto la geopolitica mondiale. A questo punto qualche anima bella potrebbe obiettare - con la provocatoria innocenza che contraddistingue di solito le anime belle -: ma allora come spiegare i festosi assembramenti berlinesi
alla smantellazione del Muro? Come leggere l’incoffessabile desiderio d’Occidente degli Ossi in Germania dell’Est, nelle nazioni comuniste e nella stessa Unione Sovietica di allora? La soluzione del pigro dilemma russofobico sfida l’apoditticità, chiamando in causa questioni drammaticamente ontologiche: davvero il libero (?) accesso all’acquisto di jeans, automobili e/o calze di nylon - per rifarmi a pervicaci luoghi comuni - commisura l’autentico grado di libertà di un popolo? È davvero sulla base
di questa accessibilità alle merci che si misura il tasso di civiltà-felicità- emancipazione di uno Stato? Perché è questo il patrimonio ideale cui aspiravano (semmai aspiravano) e a cui abbiamo consegnato i cittadini dell’Est europeo dopo la fine della tirannide (dicitur) sovietica. Il diavolo vanta un appeal non indifferente, e la sua lingua è quella del Capitale, divenuta oggi la lingua del pianeta globalizzato.
Ho letto da qualche parte che l’infatuazione per l’URSS evinta dal reportage pubblicato da Italo Calvino su “l’Unità” (3 febbraio 1952 - 15 marzo 1952) sarebbe stata di breve durata. Il pedissequo agente (dis)informativo firmatario dell’articolo non faceva nulla per nascondere la sua tronfia soddisfazione. Ho letto “L’URSS di Italo Calvino” di Mario A. Curletto e Romano Lupi (Sandro Teti Editore) e, al contrario, è stata per me un’esperienza quasi proustiana. Nel senso della nostalgia di un passato e di un mondo migliori che è stata in grado di ispirarmi in modo sottile, quasi struggente.
“L’URSS di Italo Calvino” risulta essere dunque un accurato lavoro sull’esperienza maturata da Calvino in Unione Sovietica all’inizio degli anni Cinquanta. Il saggio ne anatomizza - se così si può dire, in altre parole - gli aspetti più svariati - primi fra tutti politici e culturali - in cui si è declinata. Tutt’altro che un girone infernale. “(…) la cultura in Unione Sovietica, viene coltivata nel senso più ampio possibile del termine e viene intesa dai suoi cittadini come un qualcosa di cui andare orgogliosi, indipendentemente dalla professione svolta o dal ruolo ricoperto nella società. Il primo impatto di Calvino e del suo gruppo con la Kirov (uno dei tanti Palazzi della cultura presenti in URSS, ndr) è dato da una piccola folla ammassata fuori da una stanza dove si sta tenendo una conferenza (…) Nella sala tecnica una conferenza rivolta agli stakanovisti illustra nuovi metodi di lavorazione metallurgica, nella sala dedicata all’economia si discute del plusvalore. In questo ‘tour’ della cultura Calvino passa in rassegna diversi vani: uno con televisore che trasmette un film, un altro dedicato agli scacchisti, una palestra con campo di pallavolo. Il circolo dei filodrammatici, quando vede la delegazione italiana, interrompe la scena che sta provando, e, in suo onore, ne recita un’altra tratta dal suo cavallo di battaglia: Povertà non è un vizio (…) Si tratta di una sera qualunque in cui parecchi leningradesi escono di casa per andare a soddisfare la loro sete di sapere all’interno di vari circoli. L’offerta è molto variegata e possono coltivare la passione per la musica, la danza, gli scacchi, svariati sport (…) Ognuno è in grado di trovare ciò che, in base ai suoi interessi, desidera maggiormente.” (Le case della cultura, pp. 126-133)
Dopo avere letto ciò non vi assale il dubbio che associare l’URSS esclusivamente alla censura, alla miseria, al freddo rigore dei campi di
detenzione in Siberia, sottace l’aspetto più significativo della sua storia sociale? A contraltare dell’afasia programmatica in cui versa larga parte delle nuove generazioni occidentali (non certo, non soltanto per colpe loro), riporto alcune note inerenti l’organizzazione dei campi in cui i giovani “Pionieri” dell’URSS venivano instradati alla vita, agli ideali (collante sociale indispensabile per ogni società organizzata) e all’impiego del tempo libero. La descrizione risale al capitolo I bambini e le case dei pionieri (pp. 135-152). "Il programma di visite approntato per la delegazione italiana prevede diversi incontri con bambini e fanciulli sovietici all’interno di istituzioni peculiari a loro riservate, alcune delle quali non hanno equivalenti in Italia e, con ogni probabilità, in nessun altro paese capitalista. A Mosca Calvino e i suoi compagni di viaggio visitano la Stazione sperimentale dei giovani naturalisti (…) L’intento principale non era tanto formare futuri naturalisti, biologi, agronomi (…) ma sfruttare le potenzialità educative di un’esperienza di ricerca, lavoro, divertimento, svolta in gruppo in un ambiente salubre e affascinante. Nella già citata dacia, appositamente requisita, erano stati installati piccoli acquari, terrari, insettari e
allestita una piccola biblioteca (…) Nei terreni circostanti la palazzina erano state costruite voliere, sistemate arnie, appese agli alberi casette e mangiatoie per gli uccelli (…) Sulla base di tutti gli incontri, visite, dialoghi, osservazioni, contatti vissuti nel corso del soggiorno in Urss, lo scrittore sanremese (Calvino, ndr) riflette sulla serenità che il sistema sovietico cerca in ogni modo di assicurare a bambini e fanciulli (…) La conclusione è categorica: Hanno vinto i bambini, come recita il titolo del reportage pubblicato da l'Unità il 6 marzo 1952. Non può essere altrimenti visto che l’intera vita sovietica ‘pare abbia al suo centro i bambini, sia tutta in funzione dei bambini."
Basato sullo studio degli articoli sovietici di Calvino, il testo di Curletto e Lupi si staglia come un saggio indispensabile, sia per ciò che riguarda l’aspetto storico (non si lesinano divagazioni sulla storia sovietica) sia per gli aspetti culturali e antropologici che affronta sottotraccia. L’analisi è declinata ad ampio raggio – la Mosca di Stalin, la finale di Coppa dell’URSS, i minareti, la fabbrica, i pozzi di petrolio, le famigerate code, il balletto classico, le ragazze di L’vov - concorrendo all’affresco di una nazione che la vulgata occidentale restituisce assecondando narrative quasi sempre miopi e mistificatorie. La lettura di “L’URSS di Italo Calvino” è per ciò fortemente
raccomandata ai liberisti contro ogni evidenza, ma anche ai transfughi, ai pentiti, e agli smemorati della sinistra storica.
Mario Alessandro Curletto (1960) Traduttore e docente di Letteratura e Cultura russa all’Università di Genova. Ha scritto: Spartak Mosca. Storie di calcio e potere nell’URSS di Stalin (2005), I piedi dei Soviet. Il futból dalla Rivoluzione d’Ottobre alla morte di Stalin (2010), Il lubok. Un’enciclopedia illustrata della vita popolare russa (2016, co-autore con Elena Buvina).
Romano Lupi (1974) Laureato in Filosofia, Storia e Dams. È direttore di “The Mellophonium”, l’organo ufficiale del Centro studi musicali “Stan Kenton” di Sanremo. Giornalista pubblicista dal 2005 è autore di diverse opere tra cui: Vittò. Giuseppe Vittorio Guglielmo (2016), Fenomenologia del calcio moderno (2018), Il portiere di Astrachan’. Voli e cadute di Rinat Dasaev (2019), La pelle dell’URSS. Dalla perestrojka al golpe di agosto (2021).