Marie NDiaye

Marie NDiaye Autoritratto in verde


Prehistorica, 2026, traduzione di Antonella Conti, postfazione di Ornella Tajani, 174 pagine, 17 euro Narrativa Straniera | Romanzo

10/09/2026 di Mario Bonanno

Commisto alla luminescenza dorata del giallo e agli abissi insondabili del blu, il verde ricopre un ruolo preminente all’interno della filosofia sviluppatasi intorno alla teoria dei colori (da Goethe alla mistica medievale di Ildegarda di Bingen). Un colore dalla simbologia ambigua fin quasi al perturbamento, risalente da un lato al rimando simbolico alla natura – un verde in accezione positiva, primaverile, rassicurante -; dall’altro all’instabilità dei suoi composti, che lo connota come colore mutevole, aleatorio. Associabile a ciò che più vi è di desiderato e al contempo di effimero, impermanente. Alla luce di questo: perché è proprio verde l’Autoritratto in verde del romanzo di Marie NDiaye?

Appurato l’oscillare narrativo tra reale e allucinatorio, con parziali scavallamenti in ambito di realismo magico, c’è da scommettere su una scelta mirata dell’autrice. Un’autrice infatti, secondo la Treccani “le cui sottili incongruenze, gli effetti di straniamento, l’onnipresenza di un latente malessere persecutorio denunciano, al di là di un fantastico di vaga ascendenza kafkiana, la difficoltà d’integrazione e d’appartenenza dell’individuo moderno.” Ho citato quasi per intero poiché il tratteggio enciclopedico restituisce in modo esatto i viluppi narrativi di cui è capace Marie NDiaye. Questo suo “Autoritratto in verde” si declina dunque anch’esso attraverso coordinate sbilenche, funzionalmente poste sullo iato fra realtà, visione, e/o sintomatologia positiva. C’è un interrogativo inespresso che attraversa la narrazione: l’anonima protagonista del romanzo (che è anche io-narrante del romanzo) è capace di percezioni extra-sensoriali oppure è soltanto preda di allucinazioni visive? Sta di fatto che, in imprevedibili circostanze quotidiane, le appaiono fantasmi di donne in verde, ciascuna portatrice di una diversa costituzione turbativa. La protagonista vi si commisura a partire dalla propria identità. Reali o immaginarie, vive o morte, seduttive o glaciali che siano, l’io narrante ne accompagna le epifanie alla luce sfumata della propria memoria, ovunque esse possano verificarsi, a Parigi come in Africa. Proiezioni di un “materno”, inconsciamente e di volta in volta perseguito, temuto, perduto, subìto, anelato. Di nuovo: chissà se assecondando i tratti scissi della paranoia, chissà se attraverso rappresentazioni altre da sé, funzionali alla (ri)composizione di un proprio autoritratto in verde.

“Vedendola ogni giorno davanti alla sua casa, mi è stato a lungo impossibile distinguere quella presenza verde dall’ambiente circostante. Al volante della mia auto, passavo lì davanti quando portavo i bambini a scuola, poi al ritorno senza di loro, e poi altre due volte la sera, quando tornavo a prendere i bambini, e senza volere lanciavo un’occhiata verso la scalinata e il giardino desertico di un antico casale, e ogni volta il mio sguardo incontrava una forma indefinita che subito dopo si confondeva nella mia memoria con l’unico albero presente sul terreno, un alto e frondoso banano.” (p. 16) Parimenti al chiodo fisso per le “donne in verde”, la protagonista del romanzo patisce anche (non a caso) l’apprensione per il livello sempre più prossimo al livello di guardia della Garonna, le cui acque impetuose minacciano il paese. E a questo punto andrebbe forse evidenziato un simbolico richiamo alla potente lunarità del femminino, attraverso il binomio donna-natura.

“Dicembre 2003 - È calata la sera e il livello della Garonna sale di ora in ora nell’oscurità. Sappiamo tutti che il complesso di argini che circondano il paese consente al fiume di superare di nove metri il livello del suo letto prima che ci inondi. Questo lo sappiamo (…) quello che non sappiamo, stasera, è cosa succederà nella notte, o domani – se, come l’ultima volta, dieci mesi fa, l’acqua si fermerà al bordo dell’argine oppure, come ventidue anni fa, allagherà le strade, invaderà il pianterreno delle case, a volte il primo piano, a volte l’intera casa.” (pp.13-14) Ansia e strisciante disagio determinano in modo pressoché costante i pensieri di una narratrice in ultima analisi senza requie, in quanto esploratrice e al tempo stessa preda del verde: il verde meta-simbolico che detta l’aura di questo romanzo insolito ed efficacissimo. Parimenti lisergico e suggestionante. Un romanzo riassunto in senso lato dalle parole spese da Ornella Tajani per l’incipit della sua postfazione (La giostra delle verità di Marie NDiaye, pp. 149-171): “Nella scrittura di Marie NDiaye c’è sempre qualcosa di inquietante, una sensazione simile a quando si sta osservando una stampa ma ci si avvicina troppo, il disegno generale si confonde fino a scomparire, sicchè ci si ritrova davanti a uno sciame di puntini disordinati, incomprensibili. L’immagine è suggerita dalla stessa autrice, che la usa a mo’ di paragone per spiegare il suo gusto nel raccontare storie che abbiano a che vedere con l’étrangeré: la stranezza, l’incongruenza, certo, ma anche l’estraneità. Figure umane apparentemente disancorate dalla realtà attraversano i suoi libri, interrogando senza sosta la percezione di chi legge.” (p.149-150). Più di così non saprei aggiungere senza sciupare l’esperienza straniante che ciascun lettore deve sperimentare da sé nelle pagine di “Autoritratto in verde”. 

Marie NDiaye (1967) è una delle più importanti scrittrici e drammaturghe francesi contemporanee. Pubblica il suo primo romanzo a soli 17 anni per Les Editions de Minuit. Nel 2009 vince il più prestigioso premio letterario francese con "Tre donne forti", diventando la prima donna nera a riceverlo. È la prima autrice donna vivente inserita nel repertorio della Comedie-Française. La sua scrittura mescola realismo psicologico, tensioni familiari e atmosfere surreali o fantastiche.