Marcello Fois

Marcello Fois L`immensa distrazione


Einaudi, 2025, 288 pagine, 19,50 euro Letteratura Italiana | Narrativa Italiana | Romanzo

24/11/2025 di Silvano Rubino

“Tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”. Ci sarà un perché se l'incipit di Anna Karenina è così celebre e si usa (e forse abusa) continuamente per libri, film, spettacoli che hanno al centro le relazioni familiari. E quindi non me ne vogliate se lo uso anche io per il nuovo romanzo di Marcello Fois, L’immensa distrazione, in cui viene raccontato il modo peculiare di essere infelice della famiglia Manfredini. Ma - a proposito di incipit - ciò avviene da un presupposto e da un punto di vista del tutto peculiare e piuttosto inedito: “Ettore Manfredini, nonostante fosse appena morto, la mattina del 21 febbraio 2017 ebbe la netta sensazione di svegliarsi”.

Fois inizia così, con notevole sprezzo del pericolo, senza paura di avventurarsi in un territorio totalmente alieno alla possibilità di essere raccontato “dall’interno”: la morte. Il narratore onnisciente di questa saga familiare adotta in gran parte il punto di vista di un morto, Ettore, capostipite di una famiglia di capitalisti all’italiana. In realtà ne adotta il punto di vista di “quasi morto”, di uomo ancora cosciente, anche della propria morte. Anzi, diciamo, non solo cosciente, ma super cosciente. In quel tempo sospeso in cui capisce di essere morto, Ettore vede la propria vita con una lucidità mai raggiunta sino a quel momento, vede i propri atti, i propri pensieri, i propri moventi (non sempre lusinghieri), ma anche gli atti, i pensieri e i moventi della sua famiglia, il cardine attorno a cui ha costruito la sua irresistibile ascesa.

Ettore Manfredini è il tipico patriarca dell’impresa familiare all’italiana, partita dal nulla o poco e cresciuta convulsamente negli anni del dopoguerra, del boom economico e oltre. Dietro la sua figura si possono vedere le ombre di Luigi Cremonini, di Bernardo Caprotti, di Leonardo Del Vecchio, storie di successo del capitalismo familiare, ma che nascondono, spesso, storie di familismo amorale, di eredità complesse, di zone d’ombra più o meno note.

Ettore vede con perfetta lucidità la storia della sua vita, la storia di una rivalsa, di un tentativo di riscatto portato sino alle estreme conseguenze. Vede con perfetta lucidità il suo percorso di costruzione di un’impresa di famiglia che è anche una famiglia-impresa. È lucido, razionale, spietato con se stesso e con gli altri. E questa spietatezza è forse la caratteristica più folgorante della prosa di Fois in questo romanzo che non fa sconti a nessuno. Viste con gli occhi di chi è già morto e non ha più bisogno di ipocrisie e veli assolutori, le vite della famiglia Manfredini appaiono per quello che sono: costellate di fallimenti, di crudeltà,i di mancanze d’amore, di amori mal riposti, di cinismo e di indifferenza, di passioni soffocate. Cadono tutti i veli, grazie alla scelta dell’inusuale punto di vista da cui la storia è raccontata. Tutta la vicenda dei Manfredini viene raccontata proprio con un progressivo disvelamento, niente viene tolto dal conto che il capostipite presenta a se stesso nel suo primo giorno da morto. Tutto passa al vaglio in quel lunghissimo istante della morte di Ettore entro cui si dipana il racconto: “Ora non sembrava uno spreco pensare al tempo perso, alle occasioni sciupate, alle frasi non dette, alle attese disattese, alle risposte non date, agli appuntamenti falliti, agli incontri elusi, alle accortezze non escogitate, alle occasioni sperperate, alle riflessioni non elaborate, alle passioni dissipate, ai soldi spesi. Che fosse tutto cosí chiaro poteva fare spavento, se Ettore Manfredini fosse mai stato in grado di spaventarsi veramente”.

Ettore non si spaventa, non si pente. Vede tutto, con lucidità implacabile. Vede la storia della sua famiglia, dell'anaffettività che si tramanda di padre in figlio maschio, della fragilità di donne costrette ad adeguarvisi o a fuggire, vede la storia dell’arricchimento materiale cui non corrisponde un arricchimento emotivo, culturale, sentimentale. Vede il peccato originario su cui si costruisce la sua storia di imprenditore di successo, la prima e quasi innominabile delle crudeltà, che gli apre le porte di un piccolo mattatoio di provincia, che diventerà poi una delle principali industrie alimentari italiane; vede il suo cammino disseminato di lutti, di anime sensibili soffocate e respinte, vede la storia di una famiglia unita forse da un progetto impostato dal capostipite, ma non dalla capacità di amarsi.

La “distrazione” a cui allude il titolo sembra assumere due significati: da un lato la distrazione che consente all’ego imprenditoriale di ignorare le conseguenze, l’affettività negata, le ombre che si accumulano; dall’altro la distrazione della vita stessa - la velocità del successo, l’abitudine al sacrificio, la riduzione dei rapporti umani a meri strumenti - che impedisce di vedere finché non è troppo tardi.

La storia dei Manfredini, come tutte le storie, è attraversata e incrocia anche la Storia: quella del boom economico, dell’Italia povera e contadina che si scopre improvvisamente ricca di opportunità e non solo (in questo caso la scelta dell’Emilia Romagna, in particolare del Modenese, per l’ambientazione di questa storia è particolarmente significativa), quella della contestazione e del terrorismo, del definitivo consolidamento del capitalismo familiare incarnato da Ettore e portato avanti con discrezione dalla figlia Enrica.

La penna di Fois non risparmia nessuno dei personaggi, di cui di volta in volta adotta il punto di vista. E in tutti i casi lo adotta all’insegna della sincerità assoluta. A ogni cambio di sguardo, il narratore sembra dire al lettore: “Ecco, adesso tocca a lui. A lei. Guarda cosa hanno fatto, cosa hanno subito, cosa non hanno capito”. Non c’è redenzione, non c’è assoluzione, non c’è comoda morale pacificatrice. Solo la verità, che non consola ma illumina. Anche quando fa male.

E qui arriva l’altra grande forza del romanzo: lo stile. Fois scrive con una lingua che sembra aver perso ogni interesse per l’ornamento: è un realismo che non rinuncia alla tensione poetica, ma una poesia che non addolcisce nulla. Una voce tersa, senza sbavature, eppure attraversata da una malinconia profonda, da una tensione etica altissima. La tensione di chi è profondamente convinto che la letteratura, la finzione narrativa, continui ad avere un fine: “Vale l’idea che l’esperienza umana esista prima di raccontarla, e che scrivere non sia nient’altro che capacità di descrivere”, scrive Fois in un passaggio dedicato a Elio, nipote prediletto di Ettore e aspirante scrittore. “Elio diceva che la letteratura serve proprio per rivelare l’immensamente segreto e dunque l’immensamente ovvio…”

L’immensamente segreto e l’immensamente ovvio rivelati dalla letteratura, mentre la vita, per molti, per troppi, è solo un’immensa distrazione. Nella vita, di un individuo, di una famiglia, di un paese intero si tende a rimuovere, a nascondere, a far apparire solo che ciò che si vuole, nella letteratura - e nella morte - con la loro crudele lucidità, tutto si ricompone in un unico, spietato quadro. Un quadro bello e crudele come questo libro.