Lydie Salvayre

Lydie Salvayre La potenza delle mosche


Prehistorica Editore (collana Ombre lunghe), 2026, Traduzione di Lorenza Di Lella e Francesca Scala, 240 pagine, 19 euro Narrativa Straniera | Romanzo

13/10/2026 di Mario Bonanno

Il cervello umano è condizionato da un vizio organico di tipo neurale: non concepisce ciò che prescinde dalla sua giurisdizione logico-usuale. In primo luogo le diverse espressioni del Nulla immanente alla specie. Il copioso novero di ritualità sociali favoriscono la banalizzazione del tempo libero della maggior parte degli individui (karaoke, girotondi di capodanno, stadi, discoteche, viaggi organizzati, sballi di altro tipo, acquisti compulsivi, internet compulsivo, ecc. ecc.) e rivelano un atteggiamento evitante rispetto all’angosciosa prossimità con il Nihil che ci precede e ci sopravanza (cosa ci sarà da divertirsi frattanto?). Il resto sono escamotage di convenzione, adatti ad alienare le moltitudini zombie dall’horror vacui, e insieme dal pensiero speculativo. Il cervello umano è dunque generalmente pavido, diffida da ciò che sconosce e compensa a suo modo il terrore del vuoto: l'invenzione di un dio primo fattore, e ancor più miseramente l’istituzione strumentale delle abitudini sociali. La retorica rassicurante dei capi di stato e di contro il miope pedagogismo di cui si macchiano i cosiddetti esperti e i giornalisti. La certezza incrollabile delle fedi (qualunque esse siano) fanno il gioco, insomma, di un encefalo incapace di prendere del tutto atto dell’heideggeriano esser-ci per la morte. Sto per venire al dunque, un ultimo esempio: subito dopo l’ineluttabilità della fine, il più impegnativo dei babau speculativi, riguarda - come accennato - l’esistenza di Dio, di solito liquidata secondo il banale aut-aut del credo/non credo, a conforto - torno a dire - della necessità di nettezza del nostro cervello. Lo smarrito pensiero filosofico - per tacere di quello autonomo -, diffida invece di scappatoie e illusioni da paese dei balocchi, disposto a misurarsi coi vuoti e/o i vuoti di senso, spesso caratteristica dei nostri agiti. In assenza di prove certe, Blaise Pascal, dal canto suo, depreca le scorciatoie, rigetta le assunzioni categoriche, accogliendo il dubbio come presa d’atto e risposta finale: impossibile liquidare la questione dell’esistenza di Dio con una semplice dichiarazione. Positiva o negativa che sia, risulterebbe in ogni caso fideistica.

L’articolata introduzione non deve trarvi in inganno e risultarvi peregrina: la distrazione e la stupidità di massa nuocciono gravemente alla salute(mentale) degli animi predisposti invece allo straniamento. Alla dissociazione dai moderni riti di alienazione ontologica che impegna un prossimo nostro sempre più epitome-zombie delle seduzioni ottuse del Capitale. Nemmeno Pascal è citato a caso: il filosofo francese è il convitato di pietra – o il motore immobile, se preferite – di un luminoso romanzo esistenzialista che ho appena finito di leggere, e che mi piace battezzare anche un giallo esistenziale. Si intitola La potenza delle mosche di Lydie Salvayre, occhieggia alla lontana Bartebly lo scrivano di Melville (per l’inamovibile presa di coscienza del protagonista) e Lo straniero di Camus, fondato anch’esso sulla ragione di un delitto in apparenza privo di movente. In parallelo all’attesa generata in merito alla soluzione del “giallo” (quanto ci è intrinseca l’affannosa brama di risposte del nostro cervello), la trama visita gli antefatti dell’omicidio attraverso la confessione dell’accusato. Un computo pedissequo di traumi familiari, nebbie di senso, coniugazioni di un quotidiano subito – più che vissuto - come insieme di reiterazioni e (cir)convenzioni sterili.

L’assassino ha trascorsi familiari difficili, ma ha anche una moglie, un’abitazione dove vive, un lavoro di guida nel museo di Port-Royal, comuni rapporti di circostanza coi colleghi. Allora come mai d’improvviso dà di matto e uccide qualcuno? Chi? La moglie? Una donna qualsiasi? Il capufficio? Un collega? Un turista scelto a caso tra i più volgari e fastidiosi? La potenza delle mosche reitera le divaganti e dilemmatiche ammissioni di colpa dell’uomo. Dialoga col giudice e l’avvocato, dialoga con lo psichiatra e l’infermiere, ma più di ogni altro con se stesso, in cerca delle ragioni recondite del suo gesto. Peraltro l’uomo non è affatto un bruto. È cortese, legge e riflette sugli scritti di Pascal, si è rivelato affidabile sul posto di lavoro, e anche in privato non ha mai dato adito a pettegolezzi di nessun tipo: l’imputato si direbbe, insomma, quel che si dice essere un brav’uomo. Soltanto - d’un colpo - molto stanco. Stanco di orari, doveri, banalità, visitatori museali insensibili e ineducati, pantomime sociali. Della moglie che ha smesso di amare ormai da anni. Del capufficio che millanta conoscenze filosofiche che non ha. Stanco anche del proprio passato doloroso che non vuole passare…L’imputato è un uomo che a forza di sopportare - in ultimo anche il dolore per la morte della madre - a un certo punto non ce la fa più. Se uccide è per la rabbia covata in silenzio. Per un senso lancinante di impotenza. Sono la rabbia e l’impotenza di chi grida nel deserto dei comuni mortali. E nel frattempo studia Pascal, e pensa, e ricorda, e soffre, e sa che anche questa sua ennesima disperazione verrà ignorata o minimizzata infine come le altre, da chi gli gira attorno con il fastidio che procurano gli insetti. C’è anche Freud, tra i richiami impliciti a La potenza delle mosche.

Quasi dimenticavo: il titolo è mutuato da una frase del solito (a questo punto) Pascal. Un aforisma in cui l’assassino si riconosce in pieno, assediato come sente di essere da ignoranza e forze mistificatrici. La potenza delle mosche; esse vincono le battaglie, impediscono alla nostra anima di agire, mangiano il nostro corpo. Il romanzo rifulge di una prosa nitida e contenuti spessi, in grado di coniugare profonde riflessioni sull’uomo - e il suo destino - agli aspetti perniciosi delle attuali società (in epoca globalizzata-uniformata il plurale è obbligatorio, come obbligatorie sono diventate le libertà e la felicità). Le ultime parole toccano di diritto alla superlativa Lydie Salvayre; sono estratte dalla prefazione che firma per questo volume: "(…) Quanto ai pensieri di Pascal che innervano il libro, li ho ripercorsi con una gioia pari a quella che mi aveva spinta ad attribuire al figlio protagonista del romanzo, che di mestiere fa la guida al museo di Port-Royal, una passione per le riflessioni pascaliane che in realtà era mia (…) Come avrei potuto dimenticare, fra gli altri Pensieri, quello in cui dice che la grandezza dell’uomo è grande in quanto si conosce miserabile? O che La sola cosa che ci consola dalle nostre miserie è la distrazione, eppure essa è la più grande delle nostre miserie? O che la vera morale si burla della morale? Pascal, quel genio spaventoso, mi parlava come il primo giorno."

Francese di seconda generazione, Lydie Salvayre è nata, da madre catalana e padre andaluso ad Autainville (Centre-Val de Loire), nel 1948 ma è cresciuta vicino Tolosa, ad Auterive – “un’isola spagnola all’interno della Francia”, nella sua stessa definizione –, cittadina che, dal 1939, accolse per diversi anni molti rifugiati politici spagnoli in fuga dalla guerra civile, tra cui i genitori della scrittrice. 

Dopo essersi laureata prima in Lettere moderne e poi in Psichiatria, dal 1983 al 2012, ha esercitato la professione clinica occupandosi di pazienti minorenni. Nel 1990, esce La dichiarazione (1991), insignito del premio Hermès, il primo dei venti romanzi che costituiscono il corpus della sua opera narrativa pluripremiata e pluritradotta. Seguono, tra gli altri, La vita comune (2001; 1991), La potenza delle mosche (Prehistorica Editore, 2026; 1995), il fortunato La compagnia degli spettri (1999; 1997), che le è valso notorietà internazionale, La Conferenza (Prehistorica Editore, 2023; 1999) e Sette donne (Prehistorica Editore, 2025; 2013).

Nel 2014, Salvayre ha vinto il Prix Goncourt con Non piangere (Prehistorica Editore, 2024). Nel 2025 è uscita la sua autobiografia Autoportrait à l’encre noire, che sempre Prehistorica Editore pubblicherà in Italia. Nel settembre dello stesso anno, il comune di Auterive ha inaugurato alla presenza della scrittrice il “Liceo polivalente Lydie Salvayre”.