Luis Sepùlveda

Luis Sepùlveda Le rose di Atacama


2001, GUANDA

di Christian Verzeletti
Fa quasi sorridere leggere "Le rose di Atacama" in giorni in cui a Genova il concetto di resistenza si prepara ad essere nuovamente provato da forme assai violente; il confronto appare sproporzionato per le estreme posizioni del summit del G8 e di alcune frange del movimento antiglobalizzazione, ma anche per l'ingenua e innocente purezza con cui Sepùlveda presenta i suoi personaggi, "quelli che sono stati fottuti, quelli che vengono sconfitti senza che nessuno gli abbia chiesto se volevano perdere. E quelli che danno il meglio di se stessi senza aspettarsi ricompense o riconoscimenti".
Sin dai tempi de "Il vecchio che leggeva romanzi d'amore" lo scrittore cileno ci ha dilettato con storie e favole dotate di una coscienza civile e morale, ma oggi i suoi scritti ci appaiono quelli di un sognatore lungi dal diventare un soldato, come dice uno dei suoi eroi.
I sogni sono sempre belli e fa bene al cuore passare in rassegna la galleria di questa umanità resistente che noi europei televisivi dimentichiamo volentieri, ma spesso a prevalere in questi racconti sono la nostalgia ("Mister Simpah", "Juanpa") e il personalismo ("L'amore e la morte", "Asturie", "Compa").
Quello che manca è un intreccio che dia spessore ai personaggi, troppo limitati a delle breve apparizioni come in album di fotografie e di ricordi dai viaggi dell'autore.
Rimane lodevole e necessario l'intento di stimolare e di creare una coscienza ecologica e civile nei lettori, ma in tempi in cui la superficialità dilaga sarebbe bene affrontare certe cause con più profondità e severità. Anche temi scottanti come la situazione critica della Russia o l'eterno conflitto dei Balcani vengono affrontati con lo stesso metodo semplice e immediato con cui si parla della chiusura di un ristorante tipico di Asti e delle passioni dell'autore per Hemingway, Salgari e Coloane.
È indubbio che anche le più piccole delle nostre azioni sono forme di resistenza, pur quando riguardano il gatto di famiglia, ma è legittimo chiedersi se ad un giovane lettore di questi racconti non resti solo la sensazione di un bel sogno o di una coscienza sollevata piuttosto che il desiderio di un maggiore impegno. Alcuni racconti sono tuttavia molto efficaci soprattutto quando Sepùlveda fonda la storia sul potere della parola ("Salute, professor Galvez", "Shalom poeta", "Il pirata dell'Elba") o sulla voce di chi non ha lingua ("Il signor Nessuno", "La voce del silenzio").
E ciò non fa che aumentare quel sapore amaro che mi è rimasto in bocca dopo aver letto "Le rose di Atacama": ognuno di questi fiori commuove per la bellezza inaspettata, ma la loro durata è davvero effimera rispetto all'eternità schiacciante del deserto

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