Lewis Porter

Lewis Porter Blue trane


2006, Minimum Fax Biografie | Musica

di Christian Verzeletti
Il titolo “Blue Trane – La vita e la musica di John Coltrane” parebbe quello della solita biografia romanzata, più o meno attendibile, come ne sono già state scritte su quello che è stato uno dei più grandi musicisti jazz di sempre.
Invece no: Lewis Porter ha avuto il coraggio e la competenza di compilare un testo che è più che altro un lavoro da musicologo. L’autore ricostruisce infatti l’esperienza umana ed artistica di Coltrane soffermandosi spesso su trascrizioni di assoli e di interi brani, analizzandone la tecnica e commentandone le interpretazioni che ne sono state finora fornite.
Da una parte Porter poggia la scrittura sulla sua preparazione professionale (è pianista e docente universitario di Jazz History) e dall’altra su una passione maniacale, coltivata in oltre quindici anni di lavoro e ricerche.
Il suo è un lavoro mastodontico che mira ad offrire la storia definitiva di John Coltrane, artista spesso travisato, criticato e persino presentato con banali esemplificazioni. Quanto il testo sia scrupoloso lo si capisce sin dalle prime pagine dedicate all’infanzia di Coltrane a partire da parenti (nonno, padre, madre, cugina ecc.) ed amici.
Con la stessa attenzione viene giustamente trattata anche la musica dagli inizi con l’ammirazione per Johnny Hodges, la collaborazione con la band di Dizzy Gillespie e poi gli ingaggi con Miles Davis e Thelonius Monk prima dell’avvio di una carriera solista votata ad una forma di spiritualità universale.
La lettura non è scorrevole, sebbene Porter non trascuri il minimo dettaglio nemmeno a livello umano, dalla golosità per le caramelle Mou ai problemi con le droghe passando per il rapporto con lo strumento che portò Coltrane ad esercitarsi in modo ossessivo e a limarsi persino i denti per ottenere un suono migliore.
Dall’analisi emergono alcune riflessioni tecniche che esulano dal pentagramma e fanno capire come Coltrane portò le proprie qualità e caratteristiche di sassofonista (le cosiddette strisce sonore, l’uso di pattern pentatonici, il lavoro sulle scale minori e sulle terze, l’interesse per la musica indiana e africana) ad un punto in cui queste venivano usate anche quando suonava senza progressioni di accordi prefissate, seguendo l’intensità di un blues o lanciandosi in improvvisazioni violente (spesso dando alla band solo alcune note o la tonalità di partenza).
Lasciano allora il tempo che trovano le fasi in cui genericamente è stata divisa la discografia di Coltrane, artista capace di contribuire allo sviluppo del be-bop, del modale, del free e allo stesso tempo di fondere questi generi in un’unica espressione (“Mi piacerebbe mostrare alla gente il divino usando un linguaggio musicale che trascenda le parole”).
Forse questo non sarà il testo definitivo su John Coltrane (ne è già annunciato un seguito), ma di sicuro “Blue Trane” si pone come un punto fermo nella comprensione e nello studio di uno dei più grandi artisti del secolo scorso.