Lee Ranaldo

Road movies

Lee Ranaldo


2007, Quarup

di Christian Verzeletti
Tra tutti i libri pubblicati da musicisti che tentano di fare gli scrittori ogni tanto capita che ce ne sia qualcuno interessante, che vale la pena leggere al di là della passione feticistica del fan.
Tecnicamente “Road movies” è un diario di viaggio di Lee Ranaldo, chitarrista di Sonic Youth, che descrive gli anni di tour dal 1980 al 1994. In realtà è molto di più, perché Ranaldo scrive con uno stile spontaneo-improvvisato non lontano da quello di Kerouac ma nemmeno da quello alternativo dei Sonic.
Essendo l’autore un viaggiatore a tutti gli effetti, va oltre la strada come luogo fisico e propone una raccolta di pensieri in cui il paesaggio e le persone incontrate diventano fonte di riflessioni socio-esistenziali condite da aneddoti, ricordi post-concerto e lettere. In una parola si tratta di idee, tanto libere quanto strutturate, un po’ come nella musica dei Sonic Youth e in tutti i progetti di Ranaldo.
Si parte nel 1980 da New York con una serie di immagini molto Beat e si arriva ad un concerto di Dylan del 1994, giusto per chiudere il cerchio in modo coerente. In mezzo c’è tanta, tanta strada tra Europa e Stati Uniti, tra stati mentali e artistici. Potremmo dire che Ranaldo scrive in modo frammentario ma compiuto, con dei flash che mirano a catturare emozioni e idee: si va dalle riflessioni artistiche sull’opera di Smithson alle sensazioni provate davanti al complesso di Stonehenge, dai punti di vista su un’America tanto criticata nella sua sciatta omologazione quanto ammirata nei suoi paesaggi.
Ovviamente ci sono anche i racconti di un musicista on the road, dalle menate dei tour più tribolati (concerti annullati, promoter scazzati, incidenti d’ogni tipo) ai concerti condivisi con band di amici-colleghi come Dinosaur Jr e Butthole Surfers. Ma anche qua Ranaldo è bravo a trascendere una semplice diaristica per insinuare dubbi e interpretazioni sul proprio ruolo di musicista, sul valore della propria arte (dagli inizi fino al compimento con “Daydream nation”), sulle attese dei fans e della critica e persino sui concetti di avanguardia e underground.
C’è anche un Ranaldo molto umano, che scrive al figlio appena nato, che si abbatte per un concerto mal riuscito, che scivola nella droga, che si appassiona leggendo “Sportswriter” di Richard Ford e che si sofferma sulla morte di Kurt Cobain. Tutto questo in 176 pagine agili, che si leggono volentieri, come quando dal finestrino di un auto sembra di veder scorrere una vita intera. “Non si può sempre chiamare musica, ma di solito Suono va bene. Chiamalo Volume, chiamalo Sesso / Rumore. Chiamalo Vuoto e Pieno insieme”.