Laura Liberale

Laura Liberale Tanatoparty


Meridiano Zero, 2009 Narrativa | Emergenti

di Àlen Loreti
TUTTI CLIENTI DELL’UNICO MERCATO CHE NON “MUORE” MAI

Non spaventatevi se terminato questo libro desidererete scrivere il vostro testamento. Sarebbe un’azione naturale, un gesto di consapevolezza compiuta, perché questo esordio di Laura Liberale è davvero bello e potente. Un testo originale, per la struttura narrativa, per la ricerca stilistica, nato dall’elaborazione del lutto del padre e sviluppato sull’interrogazione di come la società – occidentale, è il caso di dire – affronti la morte, rifiutandola.
La storia è lineare e ancorata alla realtà. Durante la più importante fiera dedicata al business della Signora Innominata (che esiste davvero, cioè il Tanexpo di Bologna, l’Esposizione Internazionale di Articoli Funerari e Cimiteriali) l’evento più atteso è l’ultima performance della poetessa Lucilla Pezzi. Un’esibizione annunciata da una serie di inviti spediti ad amici, conoscenti e parenti. L’artista ha fatto del proprio corpo un oggetto di arte estrema, e il suo destino sarà concedersi alla morte, per consacrare la sua carriera. Seguita da un pubblico di ammiratori e detrattori, l’ultimo spettacolo di questa donna vedrà convergere sulla scena personaggi di ogni genere, in particolare la sorella minore – anch’essa con il suo passato di ricerca estrema –, e alcuni membri della Pro Gea, il Fronte per la Difesa della Terra, un gruppo di fanatici ambientalisti che esalteranno le loro pur incontrovertibili ragioni in una guerra santa alla Morte, o meglio al giro di affari che la alimenta.
Attenzione, però: non è un romanzo pulp e nemmeno un'originale epigrafe al postmoderno. Piuttosto è la conferma di ciò che sosteneva Pessoa: “La letteratura, come tutta l'arte, è la confessione che la vita non basta”. Ci sono due modi per leggere questo Tanatoparty. Il primo è quello di restare a galla, in superficie, cogliendo nel progetto della poetessa un gesto di redenzione che ha il sapore amaro di una vita che vuole riprendere il senso di essere viva, che affronta la morte come “passaggio” sempre meno significato dal dolore ed esclusivamente piegato alla spettacolarizzazione. Oppure c’è una seconda lettura, ma qui bisogna avere il coraggio di andare in profondità, di scendere nelle viscere di ciò che chiamiamo Vita. Ed è forse nella scena di un personaggio che dialoga con un cadavere e pregusta un atto di necrofilia che si apre quella porta che tutti noi preferiamo chiusa: “Sa qual è il grande problema di oggi? Siamo lasciati soli di fronte alla morte. Non crede? Così soli.” C’è, e si avverte tra le righe, una pulsazione onirica, che sarebbe elementare definire horror o gotica. C’è la costante attesa di un qualcosa di più terribile di quello che l’autrice ci descrive e ci fa immaginare, ed è un battito sottocutaneo che solo gli amanti di Lovecraft e Poe potranno cogliere. Motivo per cui se il prossimo libro della Liberale puntasse ad una soprannaturalità più marcata e vivida, i suoi lettori non potrebbero che goderne.
Sembra impossibile, ma questa opera è eticamente vicina a testi come Un altro giro di giostra di Tiziano Terzani e a Una morte dolcissima di Simone de Beauvoir. Due testi in cui il vero tema non è la morte, ma la sua percezione. La cronaca dell’agonia della madre dell’autrice francese resta socchiusa: “Non si muore di essere nati, né di avere vissuto, né di vecchiaia. Si muore di qualche cosa. […] Non esiste una morte naturale: di ciò che avviene all’uomo nulla è mai naturale, poiché la sua presenza mette in questione il mondo.” Una questione che il mitico Gassmann definiva “un fatto deprecabile e di pessimo gusto” , ecco perché la Morte non ha che un unico compito: ricordarci l’infinito valore di ogni istante. Un infinito possibilmente ottimista, non come Leopardi che in una lettera all’amico Perticari del 1821 scriveva “domando misericordia ai pochissimi amici miei, perché m’aiutino a sopportare non più la vita, ma gli anni”. Più della misericordia aveva bisogno di fortuna: quando morì nel 1837 a Napoli, colpita dal colera, i suoi resti furono prima salvati dalla fosse comune, poi riesumati (senza una definitiva attribuzione) e infine trasferiti un secolo più tardi accanto alle spoglie di Virgilio. A quanto pare due tombe vuote, ma pur sempre un gradito omaggio al business del pellegrinaggio… finché, è il caso di dirlo, immortalità non li separi.