Jorge Luis Borges

Jorge Luis Borges L’aleph


Feltrinelli, 1952, €5,68

di Simona
L’INDAGINE SGOMENTA DELL’ESISTENZA FRA ORDINE E CAOS

Borges, argentino, è uno scrittore sudamericano, è vero, però diverso da tutti gli scrittori sudamericani: non ci sono "realismo magico", né calde passioni o destini legati al sole bollente di quelle latitudini; ma Borges è anche diverso dagli anglosassoni, o dagli europei. Borges è unico.
Sono state usate molte definizioni per questo autore, e forse nessuna di queste è del tutto esauriente; anche perché spesso leggere Borges fa girare la testa, e quindi si perde di lucidità e di capacità critica. Nel tentare una definizione di un autore così singolare c’è chi punta sul carattere fantastico e metafisico dei suoi scritti; chi sull’intuizione che presiede il suo lavoro, chi sul suo mondo fantastico governato dalla logica. Nonostante l’insistenza sul carattere fantastico, però, Borges non scrive storie fantastiche nel senso comune del termine, infatti i suoi racconti sono definiti in senso sia spaziale che temporale e anzi, a volte ai personaggi inventati vengono addirittura accostati personaggi reali. Lo scrittore argentino tratta temi assoluti, usa un linguaggio eccezionale ed evocativo, dimostra una fantasia strabiliante e un’erudizione capace di mettere soggezione. Tuttavia, nonostante simili presupposti, si riesce a leggere in maniera scorrevole e comprensibile.
In L’Aleph sono raccolti diversi racconti basati sui concetti cari a Borges -il dolore, il destino, la pazzia, la morte, il tempo, la personalità e il suo sdoppiamento- nei quali l’autore non fa che indagare l’insondabile mistero dell’esistenza dell’individuo, concentrandosi su quanto vi è di sorprendente e di paradossale e, talvolta, lasciando sgomento il lettore il quale, perso in una narrazione vertiginosa, può sentirsi in balia del nonsenso. Tuttavia Borges non è un nichilista, e nella sua indagine intuitiva di un universo sospeso tra la norma e l’assurdo, tra l’ordine e il caos, ciò che emerge è la speranza riposta, nonostante tutto, nell’uomo. Poiché l’unico riscatto dall’incomprensibile, dall’oblio, è possibile solo nell’esperienza vitale, seppure incomunicabile, di ciascuno.
Per la capacità di provocare con maggiore forza lo sgomento e la pietà che Borges sa suscitare con le sue trattazioni misteriose ed oniriche, tra i diversi racconti che compongono questa raccolta ho apprezzato particolarmente L’Immortale, Lo Zahir e, soprattutto, La casa di Asterione: quest’ ultimo colmo di pathos e di una pena profonda per il protagonista, per la sua solitudine completa, per l’assoluta incomunicabilità e per la sua assurdità, narrate in quattro brevissime pagine orientate verso un finale ovvio eppure sorprendentemente inatteso.
“Tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa è un altro luogo. Non ci sono una cisterna, un cortile, una fontana, una stalla; sono infinte le stalle, le fontane, i cortili, le cisterne. La casa è grande come il mondo. (…) Tutto esiste molte volte, infinte volte; soltanto due cose al mondo sembrano esistere una sola volta: in alto, l’intricato sole; in basso, Asterione. Forse fui io a creare le stelle e il sole e questa enorme casa, ma non me ne ricordo”.
Questo autore certo è troppo particolare per potere piacere ad un pubblico vasto, ma trovo che meriti di essere letto per entrare in una dimensione che, seppure possa non appartenerci, vale la pena di sperimentare anche solo per una volta.

“Non percepirò più l’universo, percepirò lo Zahir. (…) Altri sogneranno che sono pazzo; io, lo Zahir. Quando tutti gli uomini della terra penseranno, giorno e notte, allo Zahir, quale sarà il sogno e quale la realtà, la terra o lo Zahir? (…) Per perdersi in Dio, i sufisti ripetono il loro nome o i novantanove nomi divini finché questi non voglio più dire nulla. Io desidero percorrere tale via. Forse finirò per logorare lo Zahir a forza di pensarlo e ripensarlo; forse dietro la moneta è Dio.”