Jonathan Safran Foer

Jonathan Safran Foer Molto forte, incredibilmente vicino


Ugo Guanda Editore, 2005 Narrativa Straniera | Narrativa

di Domenico Maria Gurgone
Nove anni e le scarpe già pesanti, la piccola età ed un dolore già così grande da farti trascinare i piedi in un insolito peregrinare per i distretti di New York. Il piccolo Oskar Shell ha perso il padre negli attentati al World Trade Center di due anni prima, e da allora si fa scudo con la fantasia per difendersi dall’incombente realtà. Che poi è quella del definitivo seppur prematuro distacco, della necessità di crescere anche in mancanza di un riferimento così forte e presente come quello della sua (amata e adorata) figura.
Così, fra un’invenzione e una lettera d’ammirazione a Stephen Hawking, Oskar trova un giorno nella stanza dei genitori una busta che contiene una chiave: nessun indizio di sorta, salvo il nome “Black” scritto sull’esterno. Il ragazzo inizia con ardore la sua impossibile crociata: scoprire quale serratura apra mai la chiave appena scovata. Contro di lui le probabilità e la lunga lista di Mr. And Mrs. “Black” che l’elenco telefonico newyorchese contiene. A suo favore la tenacia infantile – che gli adulti non conoscono più – e la disarmante sincerità con la quale egli racconta la propria storia a tutte le persone che incontra sulla sua strada. Una storia che si fa presto collettiva, come la tragedia stessa dell’11 settembre, e che crea una sorta di fitta rete fra gli individui che ne vengono a contatto: e una strada che diventa prima lunghissima e solo infine lineare, nel suo unire a distanza di anni la devastazione della Grande Mela alle rovine di Dresda e di Hiroshima colpite dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.
Il piano del presente interseca in più punti quello del passato e la vicenda principale del ragazzino si mischia e sembra perdersi in quella del nonno paterno. Questi, da sempre figura assente anche per il proprio figlio, segue la ricerca del piccolo Oskar in modo defilato, ancora alle prese con i propri demoni. Safran Foer si serve di questo personaggio e delle sue pulsioni, delle cicatrici che la vita gli ha lasciato addosso, per descrivere la storia di un doppio distacco. Infatti, prima ancora della tragedia più nota e fotografata di questo inizio di millennio si impone quella intima e silenziosa che ha separato un padre troppo spaventato dalla vita dal proprio figlio, ancora nel grembo della madre, e per il quale le uniche parole che riesce ancora a trovare si perdono fra le pagine di decine e decine di lettere mai spedite.
Oskar non lo sa ma la ricerca condurrà in un luogo che mai si sarebbe aspettato, abitato da domande che non potranno ricevere risposta così presto: la chiave aprirà la porta del ricordo che stempera il dolore, dell’accettazione che si fa serenità, di una riconciliazione che diviene riscoperta del concetto di famiglia, per quanto mutilata e violentata dalla vita.