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Jonathan Coe

Numero undici

Jonathan Coe


Feltrinelli, 2016

di Corrado Ori Tanzi
È stato definito l’autore contemporaneo la cui scrittura rappresenta come meglio non si potrebbe la narrativa paranoica. Jonathan Coe è in libreria col suo undicesimo romanzo, intitolato (occhio all’ideona) Numero undici e che, nelle pagine interne gode anche di un sottotitolo: storie che testimoniano la follia.

Il padre degli ormai celebri Winshaw, la famiglia ricchissima e ben potente che nel cuore di Londra può decidere se fare il bello e il cattivo tempo, ha composto cinque racconti che, intrecciati con sapienza nei protagonisti e nell’ambientazione pre-Brexit (e nel continuo ricorrere del numero magico del titolo), costruiscono un autentico romanzo che, girando intorno alle figure di due adolescenti e poi giovani donne inglesi, Alison e Rachel, ci consegna un profilo caustico di cosa è diventata la cultura e la società britannica, almeno dai tempi del suicidio (così almeno il fatto ci venne presentato) che in questo millennio ha più sconvolto la società inglese, quello cioè di David Kelly, lo scienziato che nel 2003 aveva pubblicamente bollato come menzognero il dossier del governo Blair sulle supposte armi di distruzione di massa appartenenti a Saddam Hussein.

L’episodio in questione rappresenta il punto di partenza del romanzo che, attraverso un salto temporale e giravolte labirintiche del clou del racconto, ci presenta una lunga serie di cahiers de doléances su questo ultimo decennio e oltre della vita britannica da pensare ad Albione come il patio dentro cui sarebbe il caso di non entrare: perdita dell’innocenza, trionfo dei media in stile cafonal & criminal, ossessioni e odio come pane quotidiano della vita quotidiana, valore acquisito dalle cose in virtù di un Mangiafuoco (il mercato) che, tra tutto e tutti, è l’essere il soggetto-oggettopensante più ubriaco di entrambe le sponde del Tamigi, empatia umana nelle vene della società ridotta ai minimi termini, social media che ormai hanno aggredito i nostri più intimi neuroni, sfarzo come mito inaccessibile da toccare almeno con le dita per sperare che l’epidermide della mano riveli in un futuro molto prossimo le stigmate del privilegio.

 Numero undici può anche essere inteso come romanzo politico. “Il welfare è morto e non risorgerà. Arrangiatevi!”, potrebbe essere lo slogan di sostegno delle pagine che lo compongono. Di certo i graffi e il nero umorismo che lo animano ne fanno una lettura compulsiva. Coe taglia, colpisce, non cede al sentimentalismo, lascia fuori dall’uscio pietà e carità. Senza che il narratore elargisca giudizi o dimostri preferenze, la storia procede acida nella presentazione di un nuovo mondo che passa costantemente a fianco del cittadino inglese del terzo millennio con l’impronta della presenza che fa i danni che fa grazie al letargo intellettuale/nervoso dentro cui la modernità dei poveri cristi (e anche di quello leggermente meno poveri) è caduta.

Satira? No, non è una satira, anche se la tentazione di definirlo attraverso questa categoria è tanta. Certo, lo scrittore ci consiglia di non avere fiducia nelle élite politiche, ma più che individuare uno sberleffo ci sembra di essere davanti a un grande film horror volutamente di serie B in cui l’incrociarsi di comico e tragico in traiettorie sghembe rende la visione di noi lettori un qualcosa di orrendamente feroce. La grandezza narrativa di Jonathan Coe racchiusa in queste quasi trecento pagine non ha limiti né cadute.

 

Jonathan Coe, Numero undici, Feltrinelli, pagg. 384, euro 19,00

 

Corrado Ori Tanzi - https://8thofmay.wordpress.com



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