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Jonathan Coe

Circolo chiuso

Jonathan Coe


Milano, Feltrinelli 2005

di Luca Meneghel
È frustrante recensire un libro quando sai che con un semplice articolo non riuscirai a rendere l’idea della fulgida bellezza dell’opera. Sì, perché “Circolo Chiuso” è di una bellezza sincera ed abbagliante.
Qualcuno, dopo aver letto nella conclusiva nota dell’autore ne “La Banda dei Brocchi” che quel piccolo capolavoro avrebbe avuto un seguito (riprendendo le vicende di quei personaggi calati negli inglesi anni settanta all’inizio del XXI secolo), ha creduto, in cuor suo, che la chiusura del circolo non sarebbe stato un capolavoro? Io credo di no. Se non altro perché l’autore de “La Famiglia Winshaw” (che ora nella mia classifica personale si contende il primato in classifica con gli ultimi due romanzi) e de “La Casa del Sonno” ha già ampiamente dimostrato di essere nella ristretta cerchia degli autori contemporanei più promettenti del mondo.
“Circolo Chiuso”, ormai è noto, riprende le vicende del suo predecessore, “La Banda dei Brocchi”, pur lasciando la libertà di leggerlo come opera a sé stante: ha infatti una sua integrità, ma per cogliere appieno la luce che esce dalle pagine, per commuoversi e sussultare quando ai “nostri” personaggi succede qualcosa di imprevisto, bisogna aver letto il suo illustre predecessore.
Il titolo dell’opera non indica soltanto la chiusura del cerchio, la parola fine alle vicende dei personaggi, ma allude anche alla possibilità di leggere e rileggere potenzialmente in eterno i due romanzi, collegati strettamente: e se “La Banda dei Brocchi” poteva apparire come un’opera compiuta, soltanto leggendo “Circolo Chiuso” ci si rende conto di quante vicende erano rimaste lì, sospese nell’aria, nelle nostre lacrime, come quando l’indimenticabile bomba targata IRA distrusse per sempre il sogno di Lois e Malcom, o come quando Benjamin fece finalmente l’amore con Cicely sul letto del fratello.
Sono passati vent’anni dalle vicende di quei ragazzi e adesso li ritroviamo invecchiati, magari con i capelli brizzolati, ma sempre pronti a riconquistarci nel giro di venti pagine. Quello che del signor Coe colpisce ancora una volta è la straordinaria capacità di tessere delle trame complicatissime e al tempo stesso così evidenti, la capacità di costruire dei mondi possibili nei quali i lettori riescono davvero ad immergersi abbandonando il mondo reale, un mondo al quale saltuariamente ci rispedisce l’autore parlando di Millennium Bug, 11 settembre, Osama Bin Laden, Afghanistan ed Iraq, trovando lo spazio per esprimere la propria contestazione alle scelte politiche di Blair e degli Stati Uniti d’America.
L’autore non manca di mostrare ancora una volta il suo sperimentalismo nello stile, particolare e moderno: incapperete in trascrizioni di Sms, in perfette riproduzioni di e-mail, ma troverete anche righe colme di poesia, capaci di commuovere nella grande ricostruzione degli scenari; se ne “La Banda dei Brocchi” il vertice compositivo di Jonathan Coe era stato lo straordinario flusso di coscienza di Benjamin, sul finire dell’opera, nel “Circolo Chiuso” non troverete forse momenti letterari così elevati, ma rimarrete colpiti dalla grandezza di certe pagine come il capitolo in cui una “felice” famigliola addobba l’albero di Natale e contemporaneamente il capofamiglia, in casa di un amico, gode per la prima volta del piacere delle labbra dell’amante sul proprio pene, il tutto realizzato con una fine tecnica letteraria che pare rubata al cinema, passando da un’inquadratura all’altra in vertiginosa discesa verso il culmine della scena.
Chi conosce Coe saprà già che anche questa volta non incapperà in un lieto fine: “Circolo Chiuso” è il romanzo della disillusione, del tradimento, della vacuità dell’amore coniugale di fronte alle forme della propria “consulente mediatica”. Ma in fondo, da grande romanziere qual è, Coe lascia anche intuire che i sentimenti veri, quelli che legavano i personaggi tanto amati della Banda, rimangono fino alla morte e non tutto deve necessariamente andare male. Come a ricordarci che, quando l’amore è profondo, nulla lo può scalfire, basta saperlo riconoscere come vero e puro senza prendere abbagli.
Preparatevi anche questa volta allo shock di dover abbandonare un mondo sempre più vostro, un mondo nel quale vi sembrerà di agire in prima persona: questa, a parer mio, è la grandezza degli autori di razza, la sadica capacità di lasciarti dentro un vuoto che, quando finisci di leggere l’ultima pagina, sembra quasi incolmabile. E allora non ti resta che versare una lacrima che cola sulle labbra distese in un sorriso rivolto a tutti quei personaggi che hai tanto amato e che scopri, brutalmente, appartenere solo ad un mondo possibile che pure sentivi così vicino, costruito per te, attorno a te, nel tuo cuore.



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