Jina Khayyer

Jina Khayyer Nel cuore del gatto


Iperborea, collana Gli Iperborei, traduzione di Silvia Albesano, 2026, 304 pagine, 19,50 euro Narrativa Straniera | Romanzo | Narrativa straniera

12/08/2026 di Ambrosia J. S. Imbornone

Per conoscere davvero un Paese, occorrerebbe viverlo e siccome ognuno di noi ha solo una vita a disposizione, ecco che ad ampliare la nostra esperienza nello spazio e nel tempo ci pensa la letteratura: Nel cuore del gatto, primo romanzo della scrittrice, poeta, pittrice, giornalista d’arte Jina Khayyer, pubblicato in Italia da Iperborea con traduzione di Silvia Albesano, ci conduce infatti nel cuore dell’Iran, nei suoi luoghi, descritti in modo vivido e poetico con mille sfumature di colori materici, e nella sua storia e nelle sue tradizioni.

Al centro dell’opera ci sono tre generazioni di donne della stessa famiglia, quella della protagonista Jina, dalle sue zie fino alla nipote Nika, che partecipa alle proteste del 2022 e 2023 del movimento “Zan, Zendegi, Azadi” (“Donna, Vita, Libertà”) seguite alla morte di Jina Mahsa Amini e Armita Geravand, entrambe fermate e uccise dalla Polizia morale per non portare correttamente o non portare affatto il velo islamico. E ci sono più linee temporali che si alternano qui, quella appunto delle proteste e della loro brutale repressione, ma, tornando indietro nel tempo, anche quella fondamentale del primo viaggio in Iran a venticinque anni della protagonista, cresciuta in Germania come la scrittrice (che dal 2006 vive tra Parigi e la Provenza), dall’incontro e dai racconti delle zie fino a un tour attraverso il Paese con la sorellastra Roya e l’esperta e appassionata guida turistica Iman, che si era rasata i capelli a zero per essere scambiata per un uomo.

Tra le pieghe dei dialoghi del romanzo, per quanto riguarda invece la storia dell’Iran, invece si parla ovviamente della sua storia millenaria e dei riti zoroastriani, delle storie e delle leggende, così come della poesia di autori e autrici come Sadi (“A te che non senti la pena degli altri / non può esser dato il nome di Uomo”), Hafez Haidar e Forugh Farrokhzad; nei racconti di Ammeh Esmat, una delle quattro zie di Jina, si fa riferimento alla modernizzazione degli scià, anche forzata ad esempio con il decreto chiamato Kashf-e hijab del 1936, secondo cui si strappava proprio di dosso il velo anche alle donne che pensavano che non fossero stati “gli esseri umani” a inventarne l’uso, ma Dio, oppure si rammenta la possibilità di abortire o divorziare, ottenuta dalle donne nel 1963 ai tempi della monarchia filo-occidentale dell’ultimo scià Reza Pahlavi.

Si raccontano poi invece a più riprese i cambiamenti improvvisi apportati dalla Rivoluzione islamica del 1979, che hanno imposto il velo alle donne e agli uomini il divieto di portare camicie senza maniche per non “eccitare” con capelli e peli sotto le ascelle, e la ben nota sottomissione delle donne, che possono essere date in spose a nove anni, violentate, ripudiate o lapidate e, se nubili, non possono neanche parlare in pubblico con un uomo o un ragazzo per strada che non sia un loro parente di sangue.

Nel regime teocratico la poesia, che pure viene definita “un fatto esistenziale” per l’Iran e permea profondamente la lingua persiana, e il vino, “cantato da Hafez, Sadi, Rumi, Khayyam, nelle fiabe e nelle favole”, vengono banditi; l’amore, “che crea un mondo a parte” e “sfugge al nostro controllo” diventa pericoloso, mentre l’omosessualità, altro argomento ricorrente, accennato sempre con pudore e discrezione, espone alla pena di morte. “Lo scopo degli ayatollah è che l’astinenza sessuale generi isteria, perché l’isteria si può facilmente trasformare in fervore bellico e adorazione del capo. L’amore, il sesso, il desiderio consumano energie; amare ci rende felici, tutto il resto perde di importanza […] Chi ama ed è amato e fa sesso ed è felice non ha nessun interesse per Dio e gli ayatollah, […] si entusiasma soltanto per l’amore”, afferma infatti l’interessantissimo personaggio di Iman, che aggiunge “il controllo sul corpo della donna è il più importante strumento a disposizione della repubblica islamica”. E allora, cosa fare? Il libro fa riflettere sulla diaspora degli iraniani, sul senso di “nostalgia” e “dolore” che provano quanti tra loro non sanno neanche cosa sia una “patria” e di contro sulla scelta di restare e lottare, con il pericolo che sia vano e che, a ogni rivolta, intere generazioni siano cancellate a suon di condanne capitali.

Questo romanzo adotta tinte delicate, colorate di lirismo, per parlare di paesaggi e arte, della bellezza stratificata della lingua persiana e di sentimenti, ma è anche e soprattutto una testimonianza viva della sofferenza di un popolo e delle sue rivendicazioni e ancor più del controllo ossessivo dei corpi, degli abusi continui subiti dalle donne iraniane e del loro desiderio semplicemente di autodeterminarsi ed essere libere: “Che vita è degna di essere vissuta, zia? Soprattutto da donna? Quale? Se non una vita autodeterminata?”, chiede infatti alla zia Jina Nika, giovane lucida e risoluta fino all’ultimo nella sua protesta, come tanti altri ragazzi, che nascondono nelle rose o nel pane le indicazioni per comunicare dove sarà la prossima manifestazione.

Questo libro racconta un “altro Iran” rispetto a quello che spesso si vede e si vuole che si veda ad esempio in Europa, ovvero solo “mullah, barbe, donne velate, terroristi”, laddove si nota che il velo marchia e rende invisibili le donne proprio perché l’Occidente le ignori: è un Iran quotidiano, intimo, storico, naturale, narrato e attraversato anche e soprattutto in un viaggio molto suggestivo da Teheran a Persepoli, al deserto, fino al tempio di Zarathustra, tra dervisci e qashqai. Inoltre, il libro chiede implicitamente al lettore di non restare indifferente, in una delle ultime vibranti pagine, che riporta il testo di un testamento video registrato prima di un arresto e suona come un autentico e toccante appello:

“Ogni giorno siamo testimoni di atti di crudeltà che suscitano immenso dolore. La coscienza è l’unico mezzo efficace per porre fine al dolore. Il dovere di ogni essere umano in ogni parte del mondo consiste, a fronte di questa oscurità, nel non tacere l’oppressione e la corruzione. […] La vera forza sta nel pensiero. Io, come donna iraniana, vi prego, persone libere di questo mondo, di aiutare questi uomini e queste donne dal cuore di leone. Persone libere di questo mondo, siate con noi, state dalla nostra parte, chiedete ai vostri governi di non sostenere più questo regime criminale e infanticida, chiedete ai vostri governi di non fare più affari con questi assassini. Niente sangue per il petrolio. Niente sangue per il gas. Niente sangue per il litio. Questo regime non conosce leggi né regole se non la violenza e la conservazione del potere. Abusano perfino della fede. La fede è sacra, ma è un fatto privato, nessun essere umano ha il diritto di imporre la propria fede ad altri. Le iraniane e gli iraniani liberi e coraggiosi rovesceranno questa dittatura teocratica – Zan, zendegi, azadi.”

In definitiva, Nel cuore del gatto è un romanzo, come è stato presentato, “politico e poetico” sull’Iran, avvincente e dolorosissimo nelle ultime pagine sugli arresti arbitrari, i processi sommari e gli assassinii di giovani e giovanissimi, come una ragazza con 167 proiettili in corpo. Un romanzo sulla sorellanza (tenero, realistico e quasi commovente è il rapporto di Jina con Roya), sulle donne e sui loro diritti, sull’amore, la vita e la libertà. Un romanzo evocativo ed emozionante, ricco di dettagli e storia, raccontata in modo semplice attraverso personaggi ben ritratti e attraverso la realtà di ieri e di oggi, per parlare a tutti.


Scrittrice, poeta, pittrice, giornalista d’arte, Jina Khayyer è nata in Germania da una famiglia di origini iraniane e dal 2006 vive tra Parigi e la Provenza. Scrive in tedesco, inglese e francese per diverse testate internazionali, tra cui Apartamento e The Gentlewoman. Con Nel cuore del gatto, il suo romanzo d’esordio, ha ottenuto il Premio Mara Cassen ed è stata candidata al Deutscher Buchpreis 2025.