James Lee Burke Clete
Jimenez edizioni, 2024, traduzione di Gianluca Testani, 319 pagine, euro 22 Narrativa Straniera | Romanzo
06/03/2025 di Eliana Barlocco
Due anime affini che condividono lo stesso percorso di vita. Hanno un lavoro simile, non sopportano i prepotenti. Nella testa le stesse immagini e una miriade di pensieri che vagano rilucenti attorno ad una medesima ossessione: la paura di perdersi nel male del mondo e nel profondo mare del proprio inconscio, “Ma non esistono pinze con cui possono staccarti certe immagini dalla testa. Sei condannato, e né l’erba né quattro dita di Black Jack seguite da una birra potranno liberarti. Questo lo so. Ho provato di tutto, tranne che a farmi fuori.”
Clete è l’ultima fatica di James Lee Burke uscito per le edizioni Jimenez nella traduzione di Gianluca Testani. La storia è narrata in prima persona da Clete stesso. Affiancato dal suo fedele compare (Dave Robicheaux), sono loro le due anime che sopravvivono aiutandosi a vicenda in Louisiana, profondo sud statunitense. E in particolare a New Orleans: crogiolo di anime in bilico fra inferno e paradiso. Una storia di malavita in cui il fato, il soprannaturale e forse anche la pazzia immergono il lettore in una galleria di personaggi oscuri che si inseguono l’un l’altro, accartocciandosi tra le pieghe della vita: “Sapete che cosa mi ha sempre spaventato di Dave? Ogni giorno, senza preavviso o senza motivo, era capace di andare in un posto dentro la sua testa da cui poteva non tornare più.” E questo perdersi in se stessi colpisce lo stesso Clete, che si ritrova accanto Giovanna D’Arco che, in celestiali visioni, come Virgilio lo guida verso l’epilogo.
Una storia di violenza, di amicizia, di buone abitudini, di vendetta, di amore nel raccogliere e aiutare esistenze spezzate, di ricerca della verità, della giustizia e di se stessi nel tentativo di collocare ogni elemento nella sua naturale posizione, riaffermando così il proprio posto nel mondo, perché “…il cuore è la misura di se stesso; se lo desidera può vivere per sempre quando lo si accetta come un carillon, un dono magico, che è sempre lì, come un fruscio delle sfere o le foglie che rimbalzano sul marciapiede in autunno. L’arcobaleno è lassù. Non permettete a nessuno di dirvi che non c’è.”