J. M. Coetzee Il maestro di pietroburgo
Einaudi, 2005, € 10,50 Narrativa Straniera
di Simona
Il premio nobel sudafricano narra un frammento della vita di Dostoevskij sullo sfondo della Russia pre-rivoluzionaria. Il Maestro accorre a Pietroburgo dall’esilio di Dresda dopo avere saputo della morte del figlio, dai contorni poco chiari. La città è fredda e bianca, punteggiata dagli incendi che divampano lungo le vie in seguito agli scontri con gli studenti, la cui protesta sta montando sempre più. Il tempo del racconto è dilatato, in attesa che qualcosa accada. In incognito, per cercare di sfuggire agli eterni creditori, il padre si stabilisce nella stanza che era stata di Pavel dove, affranto, non riesce che a disperarsi e gemere, annichilito dal dolore.
“…Poi, come un’esplosione, il pensiero dell’ultimo istante di Pavel…della sorpresa, soprattutto della sorpresa, che fosse davvero quella la fine, che non ci potesse essere un’altra chance. Contorce le mani sotto il tavolino in una specie di agonia…”
Talvolta si scuote e allora, frammento dopo frammento, ricostruisce il quadro degli eventi che hanno condotto Pavel alla sua fine tragica. In maniera ossessiva Dostoevskij si aggira per la città e per la stanza del figlio, indagando fra gli ambienti rivoluzionari in cui era coinvolto, mentre la mente, ferita dal dolore ma sempre aperta alle sollecitazioni, vaga fra visioni di morte e di passione. “…Quello dove vive non è l’ospizio della follia, né Pietroburgo è la città della follia…Niente di ciò che dice è vero, né falso, niente può essere creduto né rifiutato. Non c’è niente cui aggrapparsi, nient’altro da fare che precipitare.”
Tra apatia e ossessione si succedono incontri e si carpiscono informazioni ma, mentre nessuna delle rivelazioni produrrà conseguenze né sull’operato della polizia né sui colpevoli dell’uccisione del figlio, è invece dentro al padre che qualcosa cambia. Ed è relativo non al suo essere padre, ma al suo essere Dostoevskij: scrittore, giocatore, epilettico. La sensibilità e la malattia, il vizio e il dolore lo imprigionano in un vortice di morbosità e vergogna, mentre nasce in lui un’attrazione per la padrona di casa e, in un certo modo, persino per la giovane figlia di lei. “La bambina sta lì vicina, mentre lui beve il tè...E’ invaso da una vampata di sensazioni contraddittorie, come due onde che si scontrino; vorrebbe proteggerla e al tempo stesso colpirla perché è viva…”
E’ Coetzee ma sembra di leggere Dostoevskij, tanto che gradualmente, come nei Karamazov, esplode lo scontro tra padri e figli, seppure tardivo. E’ a questo punto che si allenta il nodo dell’oscura disperazione del padre. Il figlio deve uccidere il padre per diventare uomo. Ma i padri non vogliono essere sopraffatti: sono invidiosi, tenaci, ottusi e irretiscono i figli.
“…è questa la vera ragione per cui è disperato? Perché gli è venuta a mancare la terra sotto i piedi, la competizione con il figlio, e gli ha svuotato la vita? Non è la Vendetta del Popolo, ma la Vendetta dei Figli, è questo che sta sotto alla rivoluzione: l’invidia dei padri per i figli, per le donne dei figli, e le trame dei figli che vogliono rubare gli scrigni dei padri? Scuote la testa, stanco.”
Alla fine la consapevolezza del padre si riverserà sulla pagina, oltrepassando il limite, senza più vergogna né senso di colpa. Solo, quel che sente è un’attonita assenza di tormento, ed il peso del prezzo da pagare. Enorme.
“Come un soldato ferito sul campo di battaglia, che sanguina, vede il sangue, ma non sente dolore e si chiede se è già morto.” Forse i delìri di Coetzee-Dostoevskij possono disturbare e la narrazione confondere, ma solo chi non conosce il mondo del Maestro. Perché, come in D., veniamo condotti dentro ai labirinti che ci abitano, eppure, se si raggiunge l’uscita, quella che ci aspetta in fondo può essere una luce di verità. E non è detto che sia rassicurante.
“E’ qualcosa con cui pago per poter scrivere. E’ questo che Pavel non capiva, che pago anch’io. …Pago anch’io. Pago e vendo: è questa la mia vita. Vendo la mia vita e quella delle persone intorno a me. Vendo tutti. …un Giuda, non un Gesù. Vendo te, tua figlia, vendo tutti quelli che amo. Ho venduto Pavel quand’era vivo e ora venderò quello che ho dentro, se ci riesco…Una vita disonorata; tradimento senza limite, confessione senza scopo.”
“…Poi, come un’esplosione, il pensiero dell’ultimo istante di Pavel…della sorpresa, soprattutto della sorpresa, che fosse davvero quella la fine, che non ci potesse essere un’altra chance. Contorce le mani sotto il tavolino in una specie di agonia…”
Talvolta si scuote e allora, frammento dopo frammento, ricostruisce il quadro degli eventi che hanno condotto Pavel alla sua fine tragica. In maniera ossessiva Dostoevskij si aggira per la città e per la stanza del figlio, indagando fra gli ambienti rivoluzionari in cui era coinvolto, mentre la mente, ferita dal dolore ma sempre aperta alle sollecitazioni, vaga fra visioni di morte e di passione. “…Quello dove vive non è l’ospizio della follia, né Pietroburgo è la città della follia…Niente di ciò che dice è vero, né falso, niente può essere creduto né rifiutato. Non c’è niente cui aggrapparsi, nient’altro da fare che precipitare.”
Tra apatia e ossessione si succedono incontri e si carpiscono informazioni ma, mentre nessuna delle rivelazioni produrrà conseguenze né sull’operato della polizia né sui colpevoli dell’uccisione del figlio, è invece dentro al padre che qualcosa cambia. Ed è relativo non al suo essere padre, ma al suo essere Dostoevskij: scrittore, giocatore, epilettico. La sensibilità e la malattia, il vizio e il dolore lo imprigionano in un vortice di morbosità e vergogna, mentre nasce in lui un’attrazione per la padrona di casa e, in un certo modo, persino per la giovane figlia di lei. “La bambina sta lì vicina, mentre lui beve il tè...E’ invaso da una vampata di sensazioni contraddittorie, come due onde che si scontrino; vorrebbe proteggerla e al tempo stesso colpirla perché è viva…”
E’ Coetzee ma sembra di leggere Dostoevskij, tanto che gradualmente, come nei Karamazov, esplode lo scontro tra padri e figli, seppure tardivo. E’ a questo punto che si allenta il nodo dell’oscura disperazione del padre. Il figlio deve uccidere il padre per diventare uomo. Ma i padri non vogliono essere sopraffatti: sono invidiosi, tenaci, ottusi e irretiscono i figli.
“…è questa la vera ragione per cui è disperato? Perché gli è venuta a mancare la terra sotto i piedi, la competizione con il figlio, e gli ha svuotato la vita? Non è la Vendetta del Popolo, ma la Vendetta dei Figli, è questo che sta sotto alla rivoluzione: l’invidia dei padri per i figli, per le donne dei figli, e le trame dei figli che vogliono rubare gli scrigni dei padri? Scuote la testa, stanco.”
Alla fine la consapevolezza del padre si riverserà sulla pagina, oltrepassando il limite, senza più vergogna né senso di colpa. Solo, quel che sente è un’attonita assenza di tormento, ed il peso del prezzo da pagare. Enorme.
“Come un soldato ferito sul campo di battaglia, che sanguina, vede il sangue, ma non sente dolore e si chiede se è già morto.” Forse i delìri di Coetzee-Dostoevskij possono disturbare e la narrazione confondere, ma solo chi non conosce il mondo del Maestro. Perché, come in D., veniamo condotti dentro ai labirinti che ci abitano, eppure, se si raggiunge l’uscita, quella che ci aspetta in fondo può essere una luce di verità. E non è detto che sia rassicurante.
“E’ qualcosa con cui pago per poter scrivere. E’ questo che Pavel non capiva, che pago anch’io. …Pago anch’io. Pago e vendo: è questa la mia vita. Vendo la mia vita e quella delle persone intorno a me. Vendo tutti. …un Giuda, non un Gesù. Vendo te, tua figlia, vendo tutti quelli che amo. Ho venduto Pavel quand’era vivo e ora venderò quello che ho dentro, se ci riesco…Una vita disonorata; tradimento senza limite, confessione senza scopo.”