Ida Travi

Ida Travi Tempo


Vallecchi poesia, collana Le parole della poesia diretta da Isabella Leardini, 130 pagine, 8 euro. Saggi | Poesie

23/05/2026 di Ambrosia J. S. Imbornone

La collana le parole della poesia di Vallecchi poesia, diretta da Isabella Leardini, comprende saggi incentrati ciascuno su una parola-tema centrale nella letteratura, che possa custodire “il senso profondo dello scrivere”. La parola Tempo è stata affidata alla poetessa Ida Travi (Cologne, 1948) e non è difficile capire il perché: l’ “opera magica”, come l’ha definita Chandra Livia Candiani, dei suoi “Tolki” è popolata da “figure scontornate, residui d’una famiglia millenaria, parenti a venire, o antidiluviani”, come sono state definite quando gli otto libri della sua produzione sono stati raccolti nel volume I Tolki, pubblicato dal Saggiatore nel 2024 e vincitore del premio letterario Giuseppe Dessì e del premio Napoli per la poesia. Come ha scritto Riccardo Deiana ne L’indice dei libri del mese, “l’aspirazione maggiore dell’autrice” appare “quella di consegnare l'opera a una dimensione senza tempo (la stessa da cui, pare di intuire, dovrebbe anche misteriosamente provenire)”: “sentivo forte il peso del tempo, l’impero dell’ora, dell’attualità come istante da cui prendere congedo. Sentivo l’ala contemporanea volare avanti in un disastroso consumo, assistevo a una continua comparsa e scomparsa di merci nell’attimo, libri compresi”, si legge nella nota introduttiva alla raccolta.

Di queste creature la poetessa parla a più riprese anche in questo saggio, dove scrive che “si muovono in uno spazio à part, dove senza ragione alcuna non c’è traccia del tempo, solo qualche impronta sulla neve”. I Tolki sono descritti come “gli orfani del libero collegio-mondo stagliato là nel campo”, il “luogo abbandonato, ma non per sempre”. “Orfani passati, gente a venire”, vivono nel luogo misterioso della terra di Zard; sembrano sporgersi “barbaramente dalla siepe dell’infinito”: nessuno sa se quella città distante sia “una città del passato o il disegno di un luogo a venire”.

“Le pagine sono 493, i libri sono otto, gli anni passati a scrivere sono 13”, ricorda allora Ida Travi in questo volume, Tempo, in cui riflette sul tema, su come il tempo si colleghi alla poesia in generale e alla sua poesia, con i suoi “piccoli sogni diurni”, come scrive la scrittrice citando Ernest Bloch nel suo Il principio speranza. E nel suo ciclo poetico, nell’ “antico avvolgimento della spola”, vibra “un’ostinazione, una coazione a ripetere”, l’aspirazione-quasi ossessione a voler scrivere “un libro, semplicemente, in parecchi tomi”, anzi, “il Libro, persuaso che in fondo non ve n’è che uno”, come scriveva Mallarmé a Paul Verlaine il 16 novembre del 1885.

La scrittrice parla quindi anche di “un’eternità inceppata nel visibile”, nella “voce-scrittura”, per cui un “continuo parlare/scrivere”, “incistato nel tempo”, alla fine si configura anche come “un continuo riaccadere con minime varianti”, un unico monologo.

D’altra parte, Travi sottolinea che la poesia, per sua natura, si presenta alla comprensione degli esseri umani come “opera aperta, forma sempre sul farsi, opera che non contempla la parola fine”. E l’opera “tenuta aperta attraverso la scrittura per tutto il tempo aspetta la voce”, il cui futuro sono i lettori che continueranno poi a leggerla, laddove anche nel libro chiuso “qualcuno continua a parlare nel buio”.

In seguito, nel volumetto l’autrice parla della frazione di secondo in cui un essere umano è “sospeso tra scrivere e parlare”, fino all’attimo in cui “la responsabilità della parola prende corpo”. E la parola pronunciata viene definita la forma d’azione più vicina al reale e, al contempo, “la cosa più vicina allo spirituale”.

Travi inoltre fa riferimento, citando Julia Kristeva, a uno “spazio prelinguistico”, “enigmatico, ritmico, memorabile”, quello della “lallazione”, dell’ “invenzione”, del “grido”, uno “spazio aperto che ciascun vivente abita per breve tempo dopo la sua nascita, prima di imparare a scrivere”. Allora la poetessa qui racconta il suo tentativo di tornare a questo “prima”, alla “lingua parlata sul nascere”, seguendo le tracce di un’epoca senza scrittura, come suono, ritmo, memoria, ostinazione, e aspirando al distacco dal libro “nella sua forma di opera-scritta”. Si tratta di una “madre-lingua […] terribile e benigna”: essa, “lontanissima dalle altezze”, si tiene “molto vicina al fondo”, quello, come dice il teologo e mistico renano del XIV secolo Meister Eckhart in Sermoni tedeschi (un libro fondamentale per l’autrice, pure smarrito quando ne aveva più bisogno, per imparare a farne a meno), dove giace una forma di “conoscenza germinale”, da cui “nasce continuamente una parola rinnovata”. “Il suono, la voce, precede la parola e la rifonda, e la parola rifondata a sua volta rifonda la letteratura”, che rifonda il mito e la storia.

L’ambizione pertanto è quella di “scrivere come qualcuno che “niente vuole” e “niente sa””, liberandosi da “ogni apprendimento” e “attaccamento”, in un percorso iniziatico in cui ci si libera anche di sé e si dovrebbe giungere al “vuoto di sé e di tutte le cose”.

Quella di Travi appare un’analisi vibrante, dotata di un afflato insieme poetico e in qualche modo filosofico e condensata in brevissimi capitoletti; continuando ad indagare la relazione tra scrittura e tempo, la scrittrice afferma che la poesia è “parente del tempo che fugge” e che, come una scrittura trasparente, si lascia guardare sotto, ma “il suo messaggio è così chiaro che non puoi decifrarlo, non hai tempo abbastanza tempo per arrivare a capirlo”. Ancora, la poesia, come “esercizio dello spirito”, è definita “una ginnastica contro il tempo”.

Travi, citando capisaldi come Agostino e Bergson, si interroga inoltre sull’estensione del tempo come suono, chiedendosi se è nell’anima che si può solo misurare e se il tempo non sia altro che “lo scorrere della vita nell’anima”, così come riflette sul tempo come durata, “un tempo qualitativo non inconscio eppure non riducibile al tempo specializzato degli orologi”. Pertanto, si chiede anche se il tempo, come dato interiore o in quanto proprio identificabile con la vita interiore stessa, non sia la poesia stessa, “il continuo fruscìo della sua veste nella stanza, o la sua voce”.

Un saggio intenso, denso, tra citazioni illustri con cui la scrittrice intreccia un dialogo intimo, sentito e riflessivo, e inserti poetici, per soffermarsi su una delle ineludibili coordinate della vita e della scrittura, il tempo.


Ida Travi nasce in provincia di Brescia, a Cologne. La poetica di Ida Travi si inscrive nel rapporto tra oralità e scrittura, tematica affrontata nel saggio L’aspetto orale della poesia (Anterem, 2000), selezione Premio Viareggio 2001, e Poetica del basso continuo (Moretti&Vitali, 2015). Oltre alle raccolte poetiche, scrive e mette in scena la drammaturgia Diotima e la suonatrice di flauto (Baldini&Castoldi, 2005). Nel 2013 prende il via la serie poetico-contemporanea I Tolki, otto libri-episodi, raccolti poi in unico volume (il Saggiatore, 2024).