Ian Mcewan Quello che possiamo sapere
Einaudi, 2025, Supercoralli, Traduzione di Susanna Basso, 376 pagine, 21 euro Letteratura Straniera | Romanzo
29/01/2026 di Silvano Rubino
Quello che possiamo sapere degli altri. Delle persone anche a noi più vicine. Quello che possiamo sapere del passato. Delle vite che ci hanno preceduto, dei grand autori, dei personaggi che hanno lasciato dietro di te tante tracce, tante testimonianze. Quello che possiamo sapere del futuro. Di quello che ci aspetta. Di quello che è sotto gli occhi di tutti ma che preferiamo non vedere. Che preferiamo negare. Quello che possiamo sapere di noi. Della nostra finitezza e mortalità. Il titolo dell’ultimo romanzo di Ian McEwan, Quello che possiamo sapere, appunto, è un titolo più che programmatico. Contiene in sé il significato profondo di un romanzo che - come quasi sempre nel caso dell’autore britannico - utilizza una trama quasi poliziesca di indagine, di progressiva scoperta, di verità che vengono a galla progressivamente, di personaggi che si svelano a poco a poco, quindi una trama appassionante, che ci aggancia, ci cattura, ci conquista, per dire molte cose diverse, molte cose su di noi, sul nostro tempo, su quello che ci aspetta.
L’indagine è quella che un ricercatore di storia della letteratura che vive nel 2119, Thomas Metcalfe, sta conducendo su un poemetto scomparso. Quello che nel 2014, un secolo prima, il celebrato poeta britannico Francis Blundy ha scritto per la moglie Vivien in occasione del suo compleanno. Del poemetto, letto durante una cena tra amici e mai pubblicato, si sono perse le tracce quasi subito e per i decenni successivi sono nate leggende sul suo destino e soprattutto sui suoi contenuti. Thomas trasforma il centro di questa sua ricerca in una specie di ossessione. Come un investigatore di un classico poliziesco, indaga e costruisce la sua versione dei fatti. Racconta quella cena, immagina i rapporti tra i personaggi, trasforma i pezzi che raccoglie da un passato lontano che però ha lasciato molte tracce, soprattutto digitali, in uno scenario plausibile. È qui che McEwan piazza una delle sue intuizioni più attuali: l’idea che l’archivio totale - la sopravvivenza digitale di mail, video, registrazioni, tracce, vita sui social - non riduca l’inconoscibilità, ma ci dia solo l’illusione di averla sconfitta. Più materiale, più facile da scambiare per verità.
Quello che possiamo sapere, appunto. Che Thomas è convinto di sapere. E che sia la verità. Come spesso accade nei romanzi di McEwan, a muoversi in scena da protagonisti sono intellettuali, scrittori, poeti, accademici. E come spesso accade, ma mai come in questo romanzo, l’autore ne mette alla berlina la presunzione, la fatuità, le meschinità, l’incapacità di capire davvero se stessi e il prossimo, nonostante letture, studi, pensosi dibattiti. C’è anche, sottotraccia, un gusto quasi da “gossip sofisticato”: la cena, i rapporti, i non detti, la rivalità, il desiderio, spesso travestito da altro. Quello che Thomas è convinto di sapere è altro rispetto alla realtà. E nella seconda parte del romanzo, spietata come solo una confessione può essere, questa alterità viene mostrata in tutta la sua evidenza. Vizi privati (ambizione, adulteri, sesso, famiglie disfunzionali) nascosti dietro pubbliche virtù. Grande letteratura prodotta da uomini meschini.
Thomas non è ingenuo, la sua indagine contiene già molto disincanto. Per esempio, sa che il poemetto scomparso non sarebbe mai potuto essere, come alcune leggende successive affermavano, una specie di canto in difesa della natura minacciata dal cambiamento climatico, perché conosce abbastanza il suo autore per sapere che della natura non gli è mai importato un granché. E qui incrociamo un altro dei temi centrali del libro. Quel che possiamo sapere del nostro futuro e che oggi facciamo colpevolmente finta di non vedere. Gli studenti di Thomas del 2119 non hanno dubbi. L’umanità di fine 900 e inizio 2000 ha colpevolmente consegnato le generazioni successive a una serie di disastri assolutamente evitabili: guerre, carestie, disastri provocati dal cambiamento climatico. Il pianeta in cui vive Thomas è un pianeta largamente inondato dal mare, impoverito, spopolato, privato di biodiversità. Il futuro che immagina McEwan in questo suo romanzo è un futuro abbastanza catastrofico, frutto della cecità di oggi.
Pur essendo in una considerevole parte ambientato nel futuro, quindi, non è un romanzo di fantascienza, né una distopia. Anche quando parla del futuro, McEwan parla di oggi, della nostra cecità attuale, dell’enormità di ciò che sappiamo già e che continuiamo a rimuovere. Del nostro muoverci in orizzonti limitati, delle nostre pulsioni individuali, dell’egoismo che impedisce anche alle cosiddette élites liberali di volare alto e di prendere coscienza della realtà collettiva, di uscire dall’illusione che basti essere dalla parte giusta per essere lucidi, che basti nominare i disastri per non esserne complici. E lo fa, attraverso la voce di Thomas, in passaggi folgoranti come questo: “che musica, che arte di cattivo gusto, che innovazioni rivoluzionarie, che senso dell’umorismo: affrontare voli di duemila miglia per una settimana di vacanza; costruire edifici che sfioravano la base delle nuvole; spianare antiche foreste per ricavarne carta con cui pulirsi il sedere. Ma anche, sequenziare il genoma umano, inventare internet, dare avvio alla IA e piazzare un meraviglioso telescopio dorato a un milione di miglia nello spazio. Dopodiché, naturalmente, quasi inutile tornarci sopra, ci si era limitati a osservare sbalorditi lo scorrere dei decenni e il precipitoso crescendo del Grande Disastro, il proliferare degli armamenti senza che si facesse molto al riguardo, pur sapendo che cosa stava per succedere e di che cosa ci sarebbe stato bisogno. Quanta libertà, quanta incuria, quanta spaventosa indifferenza. Quella era stata gente di impareggiabile cupidigia, di inimmaginabile litigiosità, pronta a morire per idee buone e cattive allo stesso modo. Mentre la scienza espandeva il proprio dominio, proliferavano le credenze religiose e le teorie complottiste. C’erano stati esseri grandi e coraggiosi, studiosi, scienziati, musicisti, attori e atleti eccezionali, ma anche idioti che avevano mandato tutto in malora malgrado le proteste e le grida di dolore degli intellettuali”.
Quindi il futuro, pur essendo in larga parte conoscibile, viene trascurato. Il passato, invece - soprattutto le vite di chi ci ha preceduti - conserva un nucleo d’opacità che non si lascia dissipare, per quante tracce restino, per quante prove si accumulino. La memoria, nei libri come nelle biografie, sa essere ingannevole, soprattutto se chi racconta mente; ma ingannevole è anche la memoria collettiva, che seleziona e mitizza, e quella individuale, fragile fino a spezzarsi. McEwan lo ricorda con un dettaglio che non è solo narrativo: uno dei personaggi viene colpito da un Alzheimer precoce e il suo percorso nell’oblio è l’angosciante controcanto di quello di un’intera società. Thomas nel 2119 cerca la verità su un passato che lui pensa di poter svelare, ma su cui, ben presto, dovrà rendersi conto che “quel che possiamo sapere” davvero è poco. Perché non coincide mai con quello che serve sapere per vivere bene, facendo i conti con la nostra mortalità: amare senza possedere, ricordare senza idolatrare, prevedere senza paralizzarsi, capire e agire di conseguenza, combattere l’individualismo. McEwan - con una macchina narrativa perfetta - ci mostra quanto facilmente scambiamo l’archivio per conoscenza, l’intelligenza per lucidità, il cinismo per saggezza. E quando, alla fine, il passato si richiude su se stesso e il futuro resta lì, inesorabile, sotto la superficie dell’acqua, il romanzo ci lascia con una domanda: non che cosa possiamo sapere, ma se sapremo mai farne qualcosa, prima che sia troppo tardi.