Giuseppe Ghigi Venezia e il cinema. Alle radici del mito
wetlands, Collana Fondamenta, prefazione di Alberto Barbera, 216 pagine, 20 euro Saggi | Viaggi | Storia, Cinema
17/09/2026 di Laura Bianchi
Alberto Barbera, direttore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, nella prefazione a Venezia e il cinema. Alle radici del mito, il prezioso lavoro di Giuseppe Ghigi, edito da wetlands, scrive che leggere il libro è stato per lui "un viaggio di scoperta la cui meta non è Venezia, ma la nostra capacità di immaginarla." E non posso che essere d'accordo con Barbera, perché, nel corso della lettura, sembra proprio di intraprendere un viaggio non geografico, ma immaginativo, attraverso il tempo più ancora che lo spazio, o meglio, alla ricerca della relazione tra tempo e spazio, per capire come il primo possa modificare il secondo, e come l'uomo si ponga all'interno di questo rapporto.
Dal famoso Grand Tour di inizio Romanticismo in poi, passando per il primo viaggio organizzato da Thomas Cook nel 1864, fino all'attuale turismo di massa, i visitatori di Venezia cambiano status sociale, nazionalità, cultura, sempre aggiungendo qualcosa al modello iconico (in questo caso, è appropriato servirsi di questo abusato aggettivo) costruito da Canaletto, come ebbe a osservare il celebre pittore inglese William Turner, a cui Ghigi dedica una pagina illuminante, sottolineando come la sua Venezia si risolva in una "esplosione di puro colore". Si consolida così il mito di una città "contronatura" (Chateaubriand), in cui ciascuno può sentirsi come "un personaggio delle Mille e una notte" (Proust).
Città che ora si definirebbe "instagrammabile", Venezia è sempre stata al centro dell'attenzione, fin dagli inizi della fotografia, e dell'arte a essa collegata, la cinematografia: nel 1896 Charles Moisson, operatore che collabora coi fratelli Lumière, gira infatti Canal Grande, che fissa sullo schermo il paradigma a cui tutti, da allora, si rifaranno, e che servirà anche come elemento su cui riflettere, per capire il fenomeno della mitizzazione di città diventate, nel tempo, modelli non solo turistici, ma estetici, che raccontano meglio di ogni altro elemento il momento in cui si vive.
Declinazioni infinite sullo stesso tema, da allora, verranno sottoposte alla visione di milioni di spettatori, e Ghigi affronta l'immane mole di film attraverso aree tematiche, tanto originali quanto importanti e in stretta relazione tra loro e col tema principale, da Le Venezie altrove, un curioso percorso tra le ricostruzioni artificiali della città, sia in altri luoghi, sia sullo schermo, a Il cinema sbarca in città, "per consolidare le narrazioni costruite dai viaggiatori intellettuali, per rendere visibile il mito alle masse", con L'arrivée en gondole, 1896, contenente tutti i clichés della città.
Proprio alla gondola, "il simbolo supremo" della città, è dedicato il capitolo La gondola: amore e morte in cui Ghigi intreccia musica, letteratura e cinema, da Liszt a Mann a Visconti, con un excursus coltissimo e coinvolgente sul tòpos di Venezia tra "fun e funeral". Altro simbolo cittadino è Il Carnevale, "grande risorsa economica della città", anch'esso "legato alla figura della morte", che l'autore presenta con riferimenti inconsueti e interessanti. Non mancano riflessioni sul contrasto tra industria, arte e natura per chi arriva in città dalla terraferma, in L'arrivo in città, con un approfondimento sul Lido, che, "da spiaggia da cinema, diventa così anche spiaggia del cinema", ma anche sul rapporto tra la città e lo stereotipo sentimentale, in L'alcova del mondo, con amori che si consumano negli hotel veneziani passati alla storia come il Danieli. Il tutto è corredato da un numero impressionante di fotografie e fotogrammi, che documentano in modo eloquente quanto sostenuto dall'autore, come nel caso del capitolo Interni ed Esterni e Piccioni e altri animali, mentre la trasposizione di opere ambientate a Venezia chiude la disamina con Shylock e gli altri, in cui scopriamo che Il Mercante di Venezia ha avuto circa cinquanta versioni cinematografiche, Otello una ventina, e il celebre veneziano Casanova ne ha ottenute quasi trenta (Fellini, per il suo Casanova, però, "ricostruisce interamente lo spazio immaginato nei suoi sogni a Cinecittà").
La "sedimentazione culturale" di cui scrive Barbera è la chiave di lettura per la comprensione dell'eterno fascino di Venezia come set cinematografico, e non solo; una storia infinita, riassunta in pagine eleganti stilisticamente, ricche iconograficamente e coinvolgenti come un romanzo, al termine delle quali troviamo la filmografia dal 1896 al 2026; tutti i film in cui cercare ciascuno la propria Venezia, che "continua a tenere il palcoscenico, a sfidare il tempo, e ad alimentare il suo inaffondabile mito".