Giovanna Rosadini

Giovanna Rosadini Cicatrici


Einaudi, Collezione di poesia, 2025, 88 pagine, 11 euro Letteratura Italiana | Poesie

27/02/2026 di Ambrosia J. S. Imbornone

Giovanna Rosadini è tornata con una raccolta di poesie, intitolata in modo significativo, Cicatrici: in una delle ultime poesie, infatti, si fa riferimento a come la vita scriva sul corpo, a una “costellazione incisa sulla mappa / del corpo […] / fratture e cicatrici per ogni caduta - / le emozioni trascorse disegnate sul volto”. Nel “tempo incarnato del corpo” le cicatrici sono descritte altrove nel libro anche come “feritoie per il sacro”.

Scrivere invece è definito come “ritorno -innesco che apre / voragini di senso, un andare disarmati incontro / ad ombre infestanti e guerriere”: Rosadini, infatti, qui fa i conti con il passato percepito come “ingombro” e “intralcio di fantasmi ostili”.

In questi versi così si misura con “la sostanza cieca di una pena antica”, con amicizie tragicamente interrotte (“il rigore della pietra dice la potenza / del legame che è stato”), con echi di altri tempi e di vite altrui, come quelli di eventi bellici che si possono ripetere, alla luce del lato più feroce e ferino dell’essenza umana, laddove il nome del “futuro dissanguato senza / ormai più bene dopo tanta / distruzione” è il “nome proprio / della perdita, che cerca ma / non trova una consolazione”; riporta poi in prosa e poesia i ricordi degli studi in Cina (l’autrice si è laureata infatti in Lingue e letterature orientali all’Università Ca’ Foscari), quando il Paese era un “gigante addormentato in un sonno distante e separato dalla voglia di febbricitante progresso dell’opulento Occidente” e gli studenti occidentali erano “additati per strada con un misto di curiosità e stupore”. Ancora Rosadini si confronta con le immagini di una Venezia “sospesa nell’eco di un lontano amore”, oppure con il “grembo dell’acqua lucore di ombre / disciolte, corpi svaniti di un tempo lunare”; l’acqua della laguna appare come “custode di tempo e memoria”, che “preserva e contiene”, ma a volte appare anche “nemica che esonda e travolge”.

In questo libro la poetessa dialoga con l’ “eco sospesa di voci remote”, con assenze con cui bisogna convivere, con amori disseccati che lasciano “due corpi soli e desertificati”, mentre si rimane fermi in una “nuova, più tragica fissità” che “imprigiona”. Anche il senso di disorientamento e il vuoto si fanno carne, con il corpo come “involucro svuotato di linfa” senza l’ “enzima della mia terra-anima”.

Il linguaggio di Rosadini è infatti delicato, ma anche incarnato, per cui anche i ricordi riprendono nella memoria “la forma e il corpo smarriti / nella vita” e non poteva mancare neanche un riferimento alla pandemia, quando emerse il dubbio dell’insufficienza della parola senza il gesto o la presenza delle persone amate e quindi nella privazione del corpo.

Vibrano nei versi percezioni tattili, in una scrittura che programmaticamente qui “porta ai confini di un’eco dimenticata”; la scrittrice ci regala una scrittura insieme immaginifica ed essenziale, che a volte fluisce anche segni di interpunzione o cerca consonanze e allitterazioni. Però in questi versi, per quanto resti anche un “anelito” che guarda a “perduti incanti”, si cerca pure in qualche modo una via di fuga dalle ombre del passato, nel desiderio di “lasciarsi accadere” e trasportare da un “vento improvviso” che “ci riporti la vita odorosa / di buono, fragrante e ripulita”; ci si apre così al cambiamento, lasciando che “la pioggia battezzi / la nuova stagione emergente” nell’incertezza e nella speranza che si possa tornare a “fiorire”. Allora l’orizzonte diventa “aperto” e “sgomberato”, mentre “la linea di volo dei gabbiani” pare annunciare “un brivido inatteso, / la parvenza di un sorriso”: sembra quindi esserci una “vertigine in agguato per chiunque / possa dirsi pienamente ancora vivo”.

Rosadini ammette poi che per sopravvivere a dolori come la morte dei genitori “abbiamo distolto / lo sguardo, imparato a dimenticare…”, ma in Cicatrici la dimensione del ricordo resta ineludibile, perché rimane fondamentale che “si tramandi il senso di ciò che qui è accaduto” e nei ricordi, “dentro quel buio fermentato di nostalgia” si “accendono bagliori di compiutezza”. Inoltre, la memoria è importante anche per non dimenticare la felicità, i momenti in cui si è restaurata “la pienezza dell’intero” e si è sentito di “avere amato davvero”, oppure per non dimenticare il “gravido mistero incarnato / in linfa di nuova vita”. Nella lirica Testamento in un soldato, che prende in considerazione l’ipotesi di non tornare più, si ricorda d’altronde la bellezza, la gioia e il mistero della vita e dell’universo, nella sua concretezza e tangibilità, come quella della “luminosità nudità di coloro che si riconoscono”. In questa raccolta, a più riprese, si parla così anche di attrazione e desiderio, che rende come “pesci che si cercano e si trovano / nell’acquario lunare della stanza notturna”, mentre i figli appaiono “la radice che si fa ramo, la fioritura / che darà nuovo seme, la memoria / incisa nella carne”.

Un libro che scava tra fantasmi incorporei con la grazia di una scrittura che ha un tocco lieve e insieme fisico per bussare alle porte del “cuore velato delle cose”.



Giovanna Rosadini è nata a Genova nel 1963; nel 2023 le è stato conferito il Premio Pavese sezione poesia “per la qualità dell’opera”; vive e lavora a Milano.