Geoff Dyer

Geoff Dyer Natura morta con custodia di sax


INSTAR LIBRI 2005 Narrativa Straniera

di Simone Broglia
“Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti”. Paolo Conte, uno che di jazz ne ha masticato tanto, ha ragione: quello del jazz era veramente un mondo adulto. Adulto perché maturato molto in fretta; adulto perché cosciente delle proprie origini e della propria storia; adulto perché si faceva portavoce di un popolo e delle sue istanze, non solo quelle artistiche, ma soprattutto etiche. Adulto infine perché formato, creato e portato avanti da persone adulte, da musicisti tanto geniali quanto folli e consumati dalla loro stessa vita. Professionisti dell’improvvisazione che passavano una vita intera a sbagliare. Sbagliare musicalmente da professionisti creando musiche straordinarie che la mentalità occidentale s’illude di poter fissare su di un supporto discografico.
Attorno a questi personaggi, questi professionisti, nascono delle storie, le più belle che si possano ascoltare o leggere: storie a cavallo fra la leggenda e la verità, narrazioni epiche di periodi che appaiono tanto lontani se confrontati al modo di muoversi che la musica oggi ha assunto. Del resto come può essere annacquata o scialba la vita di chi passa le ore a rendere fertili gli errori creando da questi delle musiche che pulsano, prendono vita, si spandono nello spazio di un locale fumoso o fra le pareti di una qualsiasi camera. Forse lo sbagliare da professionista è proprio il mestiere del jazzman: sbaglia nella musica e tramite questo crea; sbaglia spesso anche nella vita e, forse, anche qui, proprio per questo crea.
“Natura morta con custodia di sax” è una serie di storie dedicate ad alcuni di questi professionisti, più un interessante breve saggio finale. Sono biografie e spaccati di vita inventati o quantomeno resi fertili anche loro da qualche errore che permette all’autore di staccarsi dalla vita strettamente raccontata per attingere ad altro: ad una critica che diventa anch’essa arte, oppure semplicemente ad un metodo di raccontare tipico della comunità jazz, di tradizione orale, che cuciva attorno ai propri protagonisti un alone misterioso, nel quale da ogni vicenda ne poteva nascere una storia. Geoff Dyer gira attorno alle vicende, agli aneddoti recuperati oralmente, aprendo le sensazioni, riuscendo a far percepire la sofferenza ed il continuo contatto con la tragedia, la solitudine e la vita sull’orlo di un burrone di questi personaggi. Ci permette di vedere il rapporto intenso fra Pres (Lester Young) e Lady (Billie Holiday), un rapporto sentimentale di quelli che appaiono fuori dallo scorrere del tempo, come se fosse una coppia legata ad una fiaba: una novella fantastica molto scarna, retta intorno all’incontro di queste due anime magre percorse dalla musica, dalla passione e dall’alcol.
E poi vi è la storia dei silenzi infiniti di un pianista, chiuso fra le note e le pareti della sua casa, la storia del suo rapporto con la donna che ama e che diventa sempre più la sua voce e la sua unica possibilità di comunicare con le parole l’abisso di emozioni che gli scorre nella testa. Per non parlare della storia di Budo (Bud Powell) pianista anch’egli e suo intimo amico la cui esistenza e fine suscitano rabbia. La rabbia potente e creativa come quella di Mingus, caduto anche lui nella fine più tragica, una sorta di pena del contrappasso dove tutta la sua forza nel rendere morbido il contrabbasso è come se improvvisamente lasciasse il suo corpo, costringendolo così immobile su di una sedia a rotelle.
Vi è la storia di Ben Webster in continuo viaggio alla ricerca di date in cui suonare che si commuove quando in Europa su di un treno lo riconoscono e gli chiedono di suonare.
Sono storie di vite che sfioriscono in breve tempo e non fanno distinzioni fra neri e bianchi, tutte si atrofizzano in poco, come se sbocciassero d’autunno. Non fa eccezione dunque il viso bello e strafottente di Chet Baker, che invecchia nonostante il gelo della sua anima. E il corpo di Art Pepper incarcerato e consumato dall’eroina. Fra tutte queste vicende vi è quella del viaggio: quello di un instancabile Duca e del suo autista baritono che come un padre li vede nascere e appassire tutti.