Gary Herman

Gary Herman Rock babilonia


2001, MARCO TROPEA EDITORE

di Christian Verzeletti
L’intento di Gary Herman con questo libro doveva essere quello di lanciare una sfida, per trovarsi faccia a faccia con una delle creature più ambigue del xx secolo: il rock’n’roll. Una questione non tanto d’onore, ma piuttosto di pudore: il motivo del duello sono infatti i numerosi scandali e tragedie che hanno accompagnato il primo mezzo secolo di vita di questa musica. Il proposito non è tanto quello di redimere, ma semmai di indagare, di scoprire e di portare alla luce risvolti, cause, effetti, sociali ed umani. Per questo Herman si deve essere allenato a lungo, con notevoli carichi di documenti, notizie e fotografie, ma il rock è un avversario sfuggente, che obbedisce a precise logiche, segue percorsi storici, e poi all’improvviso devia travolto da imprevedibili istinti. Così succede che lo studioso sferra i suoi colpi, attacca e difende, affonda qualche allungo nel sociale e nel commerciale, cercando di non esporsi troppo, ma alla lunga si trova a schermire in territori che non gli sono favorevoli e finisce per subire una stoccata dietro l’altra. Senza l’intenzione di ferire o di punire, ma con il difficile proposito di una spiegazione obiettiva, l’autore continua a portare attacchi alla figura e a rimettersi subito in posizione difensiva, ma incappa nell’errore di insistere con queste rapide successioni fino ad affannarsi. Troppi i personaggi toccati, con la speranza di essere omnicomprensivo, e troppi anche i generi del rock, ognuno, non va dimenticato, con una sua storia e un suo carattere ben specifico. Herman si trova così a dover parare in più direzioni e non può che condurre azioni approssimative, inciampando nei suoi stessi passi: Frank Zappa viene ridotto a un fanatico di scenografie pacchiane, David Bowie non è che un eccentrico sessuale, Eddie Cochran diventa addirittura la congiunzione tra il rock’n’roll anni ’50 e la new wave (!). Nemmeno i defunti sono lasciati riposare in pace: la principessa Diana viene assunta al ruolo di rockstar, mentre Kurt Cobain e i Nirvana sono solo “la versione prefabbricata di come dovrebbe essere in teoria la musica rock”. Man mano si avvicina alla fine del secolo, Herman si fa sempre più generalista, tanto da mescolare il rock con le boy-bands e, come se non bastasse, definisce Eminem “il poeta di strada dei bianchi indigenti”. Il lavoro finisce così per avere gli stessi difetti che si proponeva di risolvere e diventa vittima di quel luogo comune che tanto voleva spiegare: sesso, droga e rock’n’roll. Se credete che questa musica non sia solo una questione di stomaco e di portafoglio e non viva solo sulle prime pagine dei giornali, fareste bene a cercare altrove, prima di ritrovarvi con la bile che sanguina inferocita.