Francesco Biamonti

Francesco Biamonti Vento largo


1991

di Francesco Ongaro
Un mondo antico si sgretola per lasciare spazio ad uno nuovo, migliore o peggiore non spetta stabilirlo. La storia si dipana sul limitare di due evi, che si toccano solo per respingersi, in bilico lungo la frontiera tra Italia e Francia, percorsa da passeour stanchi - e forse un po’ malati di nostalgia - e nuovi contrabbandieri privi di scrupoli e dignità.
Aùrno, Luvaira, Cimòn Aurive, Argelào, Arcana, sono nomi di luoghi che uomini sfiorano nell’ombra andando ad valicare linee immaginarie. Uomini che incarnano geografie di luoghi distanti e si muovono nel buio con la consistenza degli spettri. Ciò che conta non sono i confini, perché i confini sono segni che non lasciano tracce sulla terra. Umanità in movimento, alla ricerca di speranze, o forse in fuga dalla disperazione. Giacche bisunte, caviglie nude, avevano l’aria di accalappiacani. Erano scalcagnati e si muovevano con destrezza: forse venivano dalle montagne dell’Atlante. Si avanza con la polvere sui piedi nudi, depositata da un cammino che taglia lo spazio e il tempo; è come se nella polvere che cumula si celasse una descrizione di sofferenze altrimenti taciute. Ora andate, siete in Francia, dice uno dei passeaur defilandosi dopo aver condotto “di là” un gruppo di donne che non s’erano accorte d’aver varcato la soglia. Sono attimi di innocente inconsapevolezza, rimandi all’idea che certi maledetti muri stanno solo dentro nella testa.
Sembra che il racconto sia permeato da una sorta di perenne attesa, come una vena sotterranea, che si autoalimenta senza che accada niente. O almeno così sembra. Invece muoiono persone, amori imperfetti non arrivano a compimento, disincanti si intrecciano in una finzione apparentemente casuale. “Lei pensa che ci sia un ordine... che alla base di tutto ci sia una misura?” – “Io vorrei” – “Lei è illusa...”. È che gli eventi si succedono in silenzio, senza rumore. Uguali alla vita, nella quale sembra sempre debba capitare qualcosa che non capita mai, poi ci si volge indietro e si scopre che è capitato di tutto, solo che non gli si aveva badato. Vento largo è un libro sussurrato, che sembra leggero, invece ha una gravità che incide, che segna. Un libro tenuto assieme dalla luce di un paesaggio ligure a tratti scarnificato, una paesaggio che nei colori ricorda certi quadri impressionisti. Luce che si trasforma, ossifica, si mineralizza nelle marne e nei calcari delle rocce dove si sono acclimatati gli ulivi. Luce che si spande su terra e mare, vetrifica, liquefa le parole, le scioglie dentro nella bocca, non le fa respirare. “Hai molta terra?” – “È tutta dello stesso padrone” – “Quale padrone?” – “La rovina. Gli ulivi sono alla sera. Tu non sai che cosa sia la sera di un lungo giorno. Puoi immaginarla?”.
La luce nel paradiso di Dante è gloria, in Vento largo è malinconia – forse malincuore? – nostalgia più che per un mondo che sta cedendo alla rovina, per un mondo che è andato, che è passato. La luce è assenza che fintamente riempie uno spazio vuoto, trasmigra tra i bricchi, colpisce e frantuma in rivoli invisibili, come onda d’un mare impalpabile che frange contro scogliere montane.