Flaviano De Luca

Flaviano De Luca I viaggi di manu chao


2004, ELLEU MULTIMEDIA

di Christian Verzeletti
“Perduto nel mondo, perduto in questo secolo, ma con i piedi nel presente, questo è quello che conta”, comincia così “I viaggi di Manu Chao”di Flaviano De Luca, con un frammento di una dichiarazione che contiene il senso di questo libretto e delle evoluzioni della musica dell’ex Mano Negra. Di Manu Chao si è detto e si è voluto dire di tutto, comprese parole come “sovversivo” e “terrorista”: ricordiamo a proposito la sua esibizione al G8 di Genova e le sue numerose prese di posizione politiche ed umanitarie. Attorno a Manu Chao si è montato un caso, cominciato nel 1998 con il successo imprevisto di “Clandestino” e proseguito con il suo schieramento a fianco delle cause pacifiste ed ecologiche.
Quello che inizialmente era una manifestazione di incomprensione e di superficialità, ovvero tramutare in un tormentone estivo una canzone popolare, centrata sulle migrazioni di fine millennio, è poi diventata una sorta di campagna pubblicitaria e diffamatoria: il leader ribelle di quella che era considerata una band iconoclasta come i Mano Negra subiva una mutazione prima in una “popstar” e poi in una “testa calda”.
Così, dal momento del successo internazionale di “Clandestino”, Manu Chao non ha più goduto di un’equa considerazione da parte dei media. È lo scotto da pagare quando si vende e quando si diventa un personaggio pubblico, quando si scende in campo a favore di tutte le giuste cause, come un novello Don Chisciotte. Questo nonostante Manu Chao abbia sempre rifiutato di farsi ambasciatore di qualunque movimento, nonostante abbia sempre fatto di tutto perché il messaggio passasse attraverso la musica e non attraverso il suo personaggio.
Flaviano De Luca, critico musicale e giornalista de “Il Manifesto”, rende giustizia a Manu Chao anteponendo il senso della sua musica alla sua immagine. Lo fa con una scrittura chiara e sintetica, neanche una settantina di pagine, che non manca di puntualizzare la continuità e l’evoluzione vissuta dall’artista ispano-francese nella sua carriera: l’esposizione e l’impegno civile a tutto campo era una condizione che già stava a monte della musica ai tempi dei Mano Negra (basti ricordare il tour itinerante sulle vecchie ferrovie colombiane poco prima dello sciogliemnto della band). Così come il sound globale dei dischi da solista è conseguenza, più fruibile, della patchanka fondata e sviluppata attraverso l’approccio anarchico delle precedenti bands. Ne risulta un viaggiatore e un artista a trecentosessanta gradi: nella musica, senza distinzione di genere, e nella vita, senza alcun risparmio di coinvolgimento. Citando le parole di Che Guevara, Manu Chao è “solo” un uno che “sente ogni sofferenza (e ogni musica) altrui come se fosse propria”. Attenzione: tra qualche anno potremmo trovare il suo volto su bandiere e magliette.