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Filiz Özdem

Il Silenzio della Pietra

Filiz Özdem


Stilo Editrice, 2018

di Eliana Barlocco
Il silenzio a lungo andare diviene pietra. Se non affrontato per tempo si fa muro invalicabile. Immobile, solido come roccia. Per romperlo occorrono impegno, solidità, tenacia, fermezza. Qualità in parte riconducibili alla pietra stessa. Il libro di Filiz Özdem, Il Silenzio della Pietra, narra la storia di chi tenta di abbattere quel muro fatto di troppi silenzi. Una cortina avvolge, ammanta l’esistenza della protagonista.

Un racconto che si sviluppa su vari livelli temporali. Entro nel mio tempo e nei tempi degli altri, qualunque sia il momento a cui voglio accedere, vago come voglio in tutti i tempi che ne filtrano. La protagonista si muove su vari piani temporali, (il presente, il passato, il vissuto dei parenti lontani da ritrovare) intrecciando la propria crescita personale e umana con il muto malessere dei propri cari. Il suo dolore si annoda a quello di una nazione che fatica a trovare una via di fuga verso una convivenza pacifica tra le sue varie anime. Eppure saper riconoscere, dividere e condividere la nostra storia, riuscire a individuare nel presente in cui si vive quello che il passato ci ha lasciato in eredità, afferrare i ricordi di chi non vuole per vari motivi ricordare e renderli i propri, imparare a confrontarci coi ricorsi della storia, insomma tutto ciò dovrebbe permetterci di affrontare il futuro con una maggiore consapevolezza del nostro Essere Umani.

La via che intraprende Sude, la protagonista, parte proprio dalla presa di coscienza della propria esistenza:  Io sono nata perché gli anelli rotti si sono uniti ad altre catene. Questa convinzione non è frutto di un giudizio, ma di una semplice constatazione. Sude non giudica le scelte della sua famiglia, ne prende semplicemente atto cercando nei meandri del passato il modo di ricostruire il suo essere al presente.

Il linguaggio che usa la scrittrice Filiz Özdem è ricco di metafore. Paragrafi formati da frasi brevi che, dinanzi agli occhi del lettore, si fanno immagini. Come una sequenza cinematografica, scorrono inseguendo i pensieri della protagonista che cerca sia il suo passato familiare sia il modo di superare il trauma della sua recente perdita. Un linguaggio che crea atmosfere al limite dell’irreale, del rarefatto.

Il continuo confrontarsi col dolore, con la morte, con la vita che le scorre inesorabilmente accanto alla fine le concede una possibilità di uscita verso una nuova esistenza e la soluzione, in fondo, è molto meno complicata di quanto ci si potrebbe aspettare: “Non si può andare verso nessuno se non se stessi. Il sasso per abbattere il muro di silenzi si trova proprio nelle nostre mani e, una volta lanciato, occorre solo aspettare che la crepa sul muro porti, prima o poi,  alla sua completa dissoluzione.