Fëdor Dostoevskij I fratelli karamàzov
1994, € 15,60
di Simona
Si tratta del “parricidio più famoso della letteratura” e allora, naturalmente, partiamo dal padre. Fëdor Pàvlovič Karamàzov, marito disgraziato di due mogli, padre degenere di quattro figli, uomo lussurioso e sensuale, persona meschina e vile quant’altri mai. Poi, i figli. Dmìtrij, la passionalità; Alëša, la sensibilità; Ivàn, il pensiero; Smerdjakòv, l’intuizione. E ancora. Accade che, trascorsa l’infanzia in giro accuditi da altrui amorevoli mani, i quattro figli si ritrovino tutti nella cittadina natale, vicino al padre. Accade anche che il padre e il figlio maggiore siano infatuati della stessa donna. Poi capita che in un certo modo si faccia strada l’idea che la morte del padre libererebbe i figli dal principale ostacolo allo sviluppo delle loro esistenze e, persino, il mondo intero da una presenza inutile e malevola.
“Gli uomini si uniranno per prendere dalla vita tutto ciò che essa può dare, per avere la felicità e la gioia in questo mondo. L’uomo si esalterà di uno spirito divino e comparirà l’uomo-dio. (…) ogni uomo che già fin d’ora conosca la verità potrà regolarsi come gli pare e piace, secondo i nuovi principi. In questo senso a lui “tutto è permesso” Non solo… poiché Dio e l’immortalità comunque non esistono, all’uomo nuovo è già consentito scavalcare tutte le barriere morali. Per Dio non esiste legge!”
Mentre Ivàn teorizza la liceità dell’assassinio perché “Dio non esiste e quindi tutto è permesso”, il misconosciuto Smerdjakòv rimugina nell’ombra. Dmìtri, passionale e feroce quanto il padre, pazzo di gelosia, giura e spergiura più volte di ucciderlo. Persino il dolce Alëša si lascia sfuggire che “chiunque” desidererebbe la scomparsa di un tale uomo. Ebbene? Quella che assomiglia molto a un’opera teatrale procede per vortici e spirali in un susseguirsi di scene generate soprattutto da un’urgenza ineluttabile verso il punto di non ritorno, in mezzo ad una girandola di personaggi grotteschi o intensi, tutti partecipi di una grande rappresentazione che mette in scena il parricidio. Tra di essi ricordiamo Katerìna Ivànovna e Grùšen’ka, entrambe passionali, orgogliose e, in un certo senso, sottomesse a una forza più grande di loro: forse il destino oppure l’ineluttabile “spirito karamazoviano”. Tuttavia le figure più toccanti sono quelle dei bambini: Iljùša e la sua famiglia simbolo di un’umanità derelitta e il piccolo Kòlja: un personaggio marginale ma forse il più solare e incisivo. Ebbene, questa marcia verso l’inevitabile condurrà al reato e all’inesorabile processo ma in Dostoevskij questo assume una valenza metaforica.
“Sì, passò per il capo ad Alëša, se Smerdjakòv è morto, egli andrà e testimonierà! Alëša sorrise quieto: Dio vincerà!, pensò. Ivàn si risolleverà nella luce della verità, o…morirà nell’odio, vendicandosi di sé stesso e di tutti per aver servito ciò in cui non credeva! Aggiunse Alëša amaramente e pregò di nuovo per Ivàn”.
Così la morte del padre simboleggia la “morte del Padre”, ossia lo scontro fra la Ragione e la Fede ma anche quello dei Figli contro i Padri. E in questa, che è la lotta interiore dei fratelli per trovare il senso dell’esistenza, alla fine vi saranno simmetricamente due vincitori e due sconfitti. Da una parte Ivàn e Smerdiakòv i quali, appoggiandosi ad una teoria razionale, crederanno di poter dare un senso compiuto alla propria vita solo eliminando quel padre che rappresentava un ostacolo al loro divenire. Purtroppo però la lucida razionalità non basterà loro per sopportare il peso delle conseguenze reali dell’astratta teoria.
“Ascolta, se tutti devono soffrire per riscattare con le loro sofferenze l’armonia eterna, che cosa c’entrano i bambini? Non si comprende assolutamente perché debbano soffrire anch’essi e riscattare l’armonia con le loro sofferenze. (…) E se le sofferenze dei bambini saranno servite (…) a riscattare la verità, io dichiaro subito che tutta la verità non vale un simile prezzo. Non voglio, infine, che la madre abbracci il carnefice che ha fatto dilaniare sui figlio dai cani! Ma se è così, se non si dovrà perdonare, che ne è dell’armonia? Vi è al mondo un solo essere che possa perdonare e che ne abbia il diritto? Non voglio l’armonia, è per amore dell’umanità che non la voglio. E poi l’hanno sovrastimata quell’armonia e l’ingresso non è certo per le nostre tasche. Perciò mi affretto a restituire il mio biglietto d’ingresso. Non è che non accetti Dio, Alëša, gli rendo rispettosamente il biglietto!”
Diversamente, il percorso di Alëša e Dmìtrij li condurrà non all’eliminazione del padre ma a un cambiamento interiore, come afferma il messaggio cristiano sintetizzato dal versetto di Giovanni: “se il chicco di grano che cade nella terra non morrà, resterà solo. Ma se morrà, darà molti frutti”. Così, non con la morte del padre è possibile risolvere il conflitto, bensì con la propria morte, una morte interiore. Occorre che l’Io giovane adolescente uccida se stesso, diventi uomo e si stacchi dal mondo dei padri per creare il proprio nuovo mondo. Del resto, anche dopo la morte di Fëdor Pàvlovič il mondo non è certo un posto migliore.
Tuttavia, una volta sciolti i nodi del conflitto interiore il nuovo mondo a cui ci si affaccia è un luogo comunque oppresso. Infatti, tutti i personaggi continuano a soffrire e a fare soffrire. Le donne, seppure maturate, paiono ancora imprigionate nella loro passionalità. Ivàn è smarrito nel limbo della follia, Dmìtrij ha perso la libertà, Alëša è “entrato nel mondo” e il suo futuro è incerto. Non vi è per i Karamàzov la stessa alba di luminosa speranza nella steppa cui assiste Raskòlnjkov in Delitto e Castigo, perché qui l’unica via di salvezza non passa per la redenzione bensì per una “perenne morte del chicco di grano come unica forma di esistenza fruttuosa”: ossia la continua capacità di soffrire per tutti gli uomini. Alla fine Alëša parla ai bambini e lascia aperto uno spiraglio alla speranza, ma è una speranza di pietra grigia, tenace, che illumina di una luce impietosa questo nuovo mondo ereditato dai figli. E tuttavia, possiamo sopportarlo: “siamo vasti…karamazioviani, conteniamo tutto e a tutto ci abituiamo”.
“... di solito nella vita accade che tra i due estremi la verità vada cercata nel mezzo; nel caso presente non è esattamente così. Più probabile è che nel primo caso egli fu sinceramente nobile, e nel secondo altrettanto sinceramente vile. Perché? Ma proprio perché siamo nature vaste, karamazoviane, capaci di unire tutte le possibili contraddizioni e di contemplare in un colpo i due abissi, l’abisso sopra di noi, degli ideali più alti, e l’abisso sotto di noi, della caduta più vile e fetida. (…) Il sentimento della caduta e della bassezza è altrettanto necessario a queste nature sfrenate e incontenibili quanto il sentimento di una superiore nobiltà (…) Due abissi, due abissi, signori, al contempo; senza ciò siamo infelici e insoddisfatti, e la nostra esistenza è incompleta. Siamo vasti, vasti come la nostra madre Russia; conteniamo tutto e a tutto ci abituiamo.”
“Gli uomini si uniranno per prendere dalla vita tutto ciò che essa può dare, per avere la felicità e la gioia in questo mondo. L’uomo si esalterà di uno spirito divino e comparirà l’uomo-dio. (…) ogni uomo che già fin d’ora conosca la verità potrà regolarsi come gli pare e piace, secondo i nuovi principi. In questo senso a lui “tutto è permesso” Non solo… poiché Dio e l’immortalità comunque non esistono, all’uomo nuovo è già consentito scavalcare tutte le barriere morali. Per Dio non esiste legge!”
Mentre Ivàn teorizza la liceità dell’assassinio perché “Dio non esiste e quindi tutto è permesso”, il misconosciuto Smerdjakòv rimugina nell’ombra. Dmìtri, passionale e feroce quanto il padre, pazzo di gelosia, giura e spergiura più volte di ucciderlo. Persino il dolce Alëša si lascia sfuggire che “chiunque” desidererebbe la scomparsa di un tale uomo. Ebbene? Quella che assomiglia molto a un’opera teatrale procede per vortici e spirali in un susseguirsi di scene generate soprattutto da un’urgenza ineluttabile verso il punto di non ritorno, in mezzo ad una girandola di personaggi grotteschi o intensi, tutti partecipi di una grande rappresentazione che mette in scena il parricidio. Tra di essi ricordiamo Katerìna Ivànovna e Grùšen’ka, entrambe passionali, orgogliose e, in un certo senso, sottomesse a una forza più grande di loro: forse il destino oppure l’ineluttabile “spirito karamazoviano”. Tuttavia le figure più toccanti sono quelle dei bambini: Iljùša e la sua famiglia simbolo di un’umanità derelitta e il piccolo Kòlja: un personaggio marginale ma forse il più solare e incisivo. Ebbene, questa marcia verso l’inevitabile condurrà al reato e all’inesorabile processo ma in Dostoevskij questo assume una valenza metaforica.
“Sì, passò per il capo ad Alëša, se Smerdjakòv è morto, egli andrà e testimonierà! Alëša sorrise quieto: Dio vincerà!, pensò. Ivàn si risolleverà nella luce della verità, o…morirà nell’odio, vendicandosi di sé stesso e di tutti per aver servito ciò in cui non credeva! Aggiunse Alëša amaramente e pregò di nuovo per Ivàn”.
Così la morte del padre simboleggia la “morte del Padre”, ossia lo scontro fra la Ragione e la Fede ma anche quello dei Figli contro i Padri. E in questa, che è la lotta interiore dei fratelli per trovare il senso dell’esistenza, alla fine vi saranno simmetricamente due vincitori e due sconfitti. Da una parte Ivàn e Smerdiakòv i quali, appoggiandosi ad una teoria razionale, crederanno di poter dare un senso compiuto alla propria vita solo eliminando quel padre che rappresentava un ostacolo al loro divenire. Purtroppo però la lucida razionalità non basterà loro per sopportare il peso delle conseguenze reali dell’astratta teoria.
“Ascolta, se tutti devono soffrire per riscattare con le loro sofferenze l’armonia eterna, che cosa c’entrano i bambini? Non si comprende assolutamente perché debbano soffrire anch’essi e riscattare l’armonia con le loro sofferenze. (…) E se le sofferenze dei bambini saranno servite (…) a riscattare la verità, io dichiaro subito che tutta la verità non vale un simile prezzo. Non voglio, infine, che la madre abbracci il carnefice che ha fatto dilaniare sui figlio dai cani! Ma se è così, se non si dovrà perdonare, che ne è dell’armonia? Vi è al mondo un solo essere che possa perdonare e che ne abbia il diritto? Non voglio l’armonia, è per amore dell’umanità che non la voglio. E poi l’hanno sovrastimata quell’armonia e l’ingresso non è certo per le nostre tasche. Perciò mi affretto a restituire il mio biglietto d’ingresso. Non è che non accetti Dio, Alëša, gli rendo rispettosamente il biglietto!”
Diversamente, il percorso di Alëša e Dmìtrij li condurrà non all’eliminazione del padre ma a un cambiamento interiore, come afferma il messaggio cristiano sintetizzato dal versetto di Giovanni: “se il chicco di grano che cade nella terra non morrà, resterà solo. Ma se morrà, darà molti frutti”. Così, non con la morte del padre è possibile risolvere il conflitto, bensì con la propria morte, una morte interiore. Occorre che l’Io giovane adolescente uccida se stesso, diventi uomo e si stacchi dal mondo dei padri per creare il proprio nuovo mondo. Del resto, anche dopo la morte di Fëdor Pàvlovič il mondo non è certo un posto migliore.
Tuttavia, una volta sciolti i nodi del conflitto interiore il nuovo mondo a cui ci si affaccia è un luogo comunque oppresso. Infatti, tutti i personaggi continuano a soffrire e a fare soffrire. Le donne, seppure maturate, paiono ancora imprigionate nella loro passionalità. Ivàn è smarrito nel limbo della follia, Dmìtrij ha perso la libertà, Alëša è “entrato nel mondo” e il suo futuro è incerto. Non vi è per i Karamàzov la stessa alba di luminosa speranza nella steppa cui assiste Raskòlnjkov in Delitto e Castigo, perché qui l’unica via di salvezza non passa per la redenzione bensì per una “perenne morte del chicco di grano come unica forma di esistenza fruttuosa”: ossia la continua capacità di soffrire per tutti gli uomini. Alla fine Alëša parla ai bambini e lascia aperto uno spiraglio alla speranza, ma è una speranza di pietra grigia, tenace, che illumina di una luce impietosa questo nuovo mondo ereditato dai figli. E tuttavia, possiamo sopportarlo: “siamo vasti…karamazioviani, conteniamo tutto e a tutto ci abituiamo”.
“... di solito nella vita accade che tra i due estremi la verità vada cercata nel mezzo; nel caso presente non è esattamente così. Più probabile è che nel primo caso egli fu sinceramente nobile, e nel secondo altrettanto sinceramente vile. Perché? Ma proprio perché siamo nature vaste, karamazoviane, capaci di unire tutte le possibili contraddizioni e di contemplare in un colpo i due abissi, l’abisso sopra di noi, degli ideali più alti, e l’abisso sotto di noi, della caduta più vile e fetida. (…) Il sentimento della caduta e della bassezza è altrettanto necessario a queste nature sfrenate e incontenibili quanto il sentimento di una superiore nobiltà (…) Due abissi, due abissi, signori, al contempo; senza ciò siamo infelici e insoddisfatti, e la nostra esistenza è incompleta. Siamo vasti, vasti come la nostra madre Russia; conteniamo tutto e a tutto ci abituiamo.”