Fëdor Dostoevskij

Fëdor Dostoevskij Delitto e castigo


BEN, £4000, 1994

di Simona
UNA STORIA CHE POTREBBE ESSERE FILOSOFIA INVECE SEMBRA UN FILM

In Delitto e Castigo Dostoevskij mette in scena la rappresentazione delle più profonde pulsioni dell’animo umano. Ogni personaggio rappresenta non solo un carattere ma un’idea, (per esempio Sonja, personificazione dell’amore; Svidrigàilov, lussurioso e abbietto; Razumichìn che rappresenta il buon senso e la lealtà; e poi c’è la famiglia Marmeladov a raffigurare l’umanità più misera e sciagurata). La costruzione della trama è lineare e perfetta verso un crescendo di angoscia e disperazione. Il protagonista Raskòlnikov, attorno alla cui figura ruota tutto un mondo di uomini disperati, puri, gretti, meschini, oppure lucidi, perversi o giusti, è megalomane e spietato ma la sua enorme sofferenza, che egli prova pur rifiutandola, fa si che si senta pietà per lui e si speri nella sua espiazione.
In questo, come in tutti i suoi romanzi, l’autore indaga la tragedia della libertà umana. E’ lecito uccidere una persona per fini superiori? Raskòlnikov, imbevuto di idee superomistiche, ne è fermamente convinto. Tuttavia quando deciderà di oltrepassare il limite estremo nel nome del proprio libero arbitrio, egli negherà il valore stesso dell’individuo e di ciò che più lo caratterizza: la libertà. In questo modo si troverà di fronte a un muro di nonsenso. E’ quasi un'altra cacciata dall’Eden: mangiata la mela, commesso il peccato, l’uomo conosce la disperazione. La narrazione procede inesorabile, opprimente. Incombono i destini tragici dei personaggi. Ma in questo lento percorso di tormento interiore e sofferenze fisiche Raskòlnikov si ostina a non pentirsi dell’azione commessa. “Egli si attribuiva un unico torto: quello di non avere sopportato il peso del proprio delitto ed essersi andato a costituire”.
In Delitto e Castigo si rappresenta la natura dell’animo umano nei suoi istinti più estremi, eternamente in bilico fra Male e Bene, fra Giusto e Sbagliato, eternamente dubbiosa se auto-esaltarsi o credere in un ideale religioso, incerta fra il dubbio nichilistico e la fede. E forse proprio il popolo russo, così intrinsecamente spinto agli eccessi, è il soggetto ideale per simboleggiare i diversi istinti di questa umanità variegata. La girandola di ubriachi, pazzi, idioti e suicidi, miserabili e lussuriosi che animano una fosca San Pietroburgo oppressa dall’afa, forse è così credibile proprio perché si tratta di San Pietroburgo. “I russi hanno in generale delle vedute larghe, Avdòtja Romànovna, delle idee grandi come la loro terra e sono straordinariamente inclini al fantastico, al caotico. E’ però una sventura aver vedute larghe senza una vera genialità.”
Ma quello che bisogna sottolineare è che qui non si racconta il delitto e la sua espiazione. Raskòlnikov possiede intelligenza e un tempo, forse, possedeva anche purezza, tuttavia lo vediamo cadere nella disperazione e non pentirsi; quasi perdere la ragione per via dell’angoscia e non pentirsi; lo vediamo mentire, delirare, soffrire e ostinatamente non pentirsi. Proprio la mancanza di pentimento è la chiave che mette l’uomo di fronte a sé stesso. Raskòlnikov si costituisce non perché redento ma perché oramai conscio del proprio fallimento: infatti egli non ha saputo accettare la sofferenza, anche se il solo fatto di provarne rileva la contraddizione. Infatti, se Raskòlnikov avesse davvero creduto alla propria teoria, non avrebbe sofferto perché lo scopo che l’aveva animato era un “fine superiore”. Allora, per l’autore l’uomo non può mentire a sé stesso ed è costretto a fare i conti con i propri impulsi trascendenti. Non siamo fatti di sola ragione.
Così, ciò a cui si arriverà al termine di questo viaggio non sarà redenzione ma solo, finalmente, Consapevolezza, suggerita dalla luminosa immagine della steppa sconfinata e immutabile nell’aria fredda di un mattino siberiano: annunciazione della possibilità di una rinascita che, però, si intuisce non immediata, bensì futura. Immagine consolatoria, sì, tuttavia non rassicurante.

Oh, come sarebbe stato felice se avesse potuto sentirsi colpevole! Avrebbe allora sopportato tutto, anche la vergogna, anche il disonore. Ma. sottoposta a un esame severissimo la propria coscienza, non aveva scoperto nel suo passato nessuna colpa specialmente orrenda, all’infuori del suo “fiasco”, cosa che poteva accadere a chiunque. (…) E, se almeno la sorte gli avesse donato il pentimento, il pentimento che brucia, che spezza il cuore, che scaccia il sonno, uno di quei pentimenti che spingono l’uomo a impiccarsi o ad annegarsi! Con quanta gioia l’avrebbe accolto! Tormenti, lacrime… anch’esse sono una manifestazione di vita. Ma egli non era pentito del suo delitto…

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