Federico Guglielmi / Elena Raugei La rivoluzione dei nirvana
2005, ELLEU Musica
di Christian Verzeletti
Sui Nirvana è stata scritta e spesso sprecata una quantità di pagine di cui si fatica ormai a rendere conto.
Piuttosto che fare chiarezza sul fenomeno e soprattutto sulla storia e sul suono di Kurt Cobain e compagni, troppo spesso quanto scritto ha fomentato gossip e dicerie, ha cavalcato ricorrenze e tendenze di mercato. In una parola: ha fatto vendere. Già durante la loro esistenza, i Nirvana erano così diventati un fenomeno di massa e, come era prevedibile, lo sono diventati ancora di più dopo la loro triste fine (basti pensare alle ultime pubblicazioni tra libri, cofanetti e anche un film).
Se da una parte questa macchina ha contribuito all’ascesa e al declino della band, dall’altra ne ha circondato il valore di un’alone di incertezza: le voci sulla presunta autodistruzione e perversione, sulla morte e sull’eredità di Cobain hanno moltiplicato in maniera esponenziale i giudizi creando un numero di estimatori e detrattori a dir poco approssimativi (chi per i gadget pubblicitari, chi per la droga, chi per una posizione più o meno ribelle, chi per gli hits da classifica o per il mito dell’eroe morto).
Ci sarebbe quindi bisogno di un giudizio nitido e credibile sui Nirvana ed è quanto tentano di dare Federico Guglielmi e Elena Raugei, seguendo la direzione della collana “Racconti di canzoni” che prevede un’analisi dell’artista a partire dal suo pezzo più rappresentativo.
Nel caso dei Nirvana non si poteva optare che per “Smells like teen spirit”. La scelta permette agli autori di muoversi in modo non scontato nell’arco di una settantina di pagine.
Guglielmi e Raugei non aggiungono nulla di nuovo a quanto si sa, principalmente perché tutto è già stato detto. Svolgono bene il loro compito analizzando con ordine le caratteristiche del pezzo e della band, le sue valenze artistiche e socio-culturali, ma non vanno più di tanto a fondo dell’argomento (e forse non potevano farlo visto lo spazio a disposizione).
Il testo inquadra bene quel “nuovo genere sporco e rumoroso – il cosidetto grunge – figlio bastardo dell’hard e del punk, della psichedelia più cupa e di certa new-wave” e vale come stimolo all’approfondimento: molto rimane ancora al di sotto dei mali di Kurt, nelle canzoni e nel suono dei Nirvana. Nella musica e nel personaggio di Cobain c’era una contraddizione talmente forte tra il sentirsi violato e il violare le regole della società, dei media e del successo, che merita ancora di essere messa in evidenza in tutti i suoi attriti.
Interessante sarebbe stato anche partire dal capitolo dedicato alle cover per scavare la profondità con cui il seme dei Nirvana si è radicato nel rock, influenzando gruppi di valore e producendo improbabili cloni. Ma tutto questo fa parte di un libro ideale sui Nirvana, che non abbiamo ancora letto.
Piuttosto che fare chiarezza sul fenomeno e soprattutto sulla storia e sul suono di Kurt Cobain e compagni, troppo spesso quanto scritto ha fomentato gossip e dicerie, ha cavalcato ricorrenze e tendenze di mercato. In una parola: ha fatto vendere. Già durante la loro esistenza, i Nirvana erano così diventati un fenomeno di massa e, come era prevedibile, lo sono diventati ancora di più dopo la loro triste fine (basti pensare alle ultime pubblicazioni tra libri, cofanetti e anche un film).
Se da una parte questa macchina ha contribuito all’ascesa e al declino della band, dall’altra ne ha circondato il valore di un’alone di incertezza: le voci sulla presunta autodistruzione e perversione, sulla morte e sull’eredità di Cobain hanno moltiplicato in maniera esponenziale i giudizi creando un numero di estimatori e detrattori a dir poco approssimativi (chi per i gadget pubblicitari, chi per la droga, chi per una posizione più o meno ribelle, chi per gli hits da classifica o per il mito dell’eroe morto).
Ci sarebbe quindi bisogno di un giudizio nitido e credibile sui Nirvana ed è quanto tentano di dare Federico Guglielmi e Elena Raugei, seguendo la direzione della collana “Racconti di canzoni” che prevede un’analisi dell’artista a partire dal suo pezzo più rappresentativo.
Nel caso dei Nirvana non si poteva optare che per “Smells like teen spirit”. La scelta permette agli autori di muoversi in modo non scontato nell’arco di una settantina di pagine.
Guglielmi e Raugei non aggiungono nulla di nuovo a quanto si sa, principalmente perché tutto è già stato detto. Svolgono bene il loro compito analizzando con ordine le caratteristiche del pezzo e della band, le sue valenze artistiche e socio-culturali, ma non vanno più di tanto a fondo dell’argomento (e forse non potevano farlo visto lo spazio a disposizione).
Il testo inquadra bene quel “nuovo genere sporco e rumoroso – il cosidetto grunge – figlio bastardo dell’hard e del punk, della psichedelia più cupa e di certa new-wave” e vale come stimolo all’approfondimento: molto rimane ancora al di sotto dei mali di Kurt, nelle canzoni e nel suono dei Nirvana. Nella musica e nel personaggio di Cobain c’era una contraddizione talmente forte tra il sentirsi violato e il violare le regole della società, dei media e del successo, che merita ancora di essere messa in evidenza in tutti i suoi attriti.
Interessante sarebbe stato anche partire dal capitolo dedicato alle cover per scavare la profondità con cui il seme dei Nirvana si è radicato nel rock, influenzando gruppi di valore e producendo improbabili cloni. Ma tutto questo fa parte di un libro ideale sui Nirvana, che non abbiamo ancora letto.