Fabrizia Pinna

Fabrizia Pinna Per tutte le altre destinazioni


Pescara, Quarup 2007 - pp. 156, € 13.00 Narrativa Italiana

di Luca Meneghel
Fabrizia Pinna è una giovane studentessa di giurisprudenza: genovese, nelle pause tra un esame e l’altro ha scritto “Per tutte le altre destinazioni”, pubblicato dai tipi della Quarup di Pescara. L’esordio di Fabrizia non è un romanzo nè un racconto (o meglio, non solo): il libro mette insieme piuttosto un romanzo breve, “Blonditudo”, e il racconto “Réclame d’Afrique” (una ventina di pagine), sorta di b- side letteraria del più corpulento (e qualitativamente superiore) testo principale.
“Blonditudo”, in centotrentuno pagine, racconta la storia di una madre, Betti, che viene abbandonata dal marito con uno squallido bar e una figlia al carico. Betti muore ben presto di tumore e un’assistente sociale strappa la figlia, Giulietta, agli amici di famiglia (diventati veri e propri zii adottivi per la bambina) Walter e Carla, dirottandola in un orfanotrofio. Qui Giulietta cresce scoprendo la propria passione per la medicina: riuscirà a realizzare i propri sogni? Troverà l’amore dopo una vita di abbandoni? Intorno a lei ruotano altri personaggi, appena abbozzati: tra gli altri il primario De Loi (che ha una particolare predilezione per Giulietta, alle prime armi ospedaliere), una vecchia signora benestante ammalata di tumore, la sua badante Ana Luz e il figlio Adriano. “Blonditudo” appare come un romanzo di formazione che cerca di condensare in poche pagine la lenta maturazione di una ragazza disagiata: evidentissime, ed inevitabili vista la forma ridotta, le ellissi, salti temporali troppo decisi che finiscono per togliere il piacere di una lenta emancipazione. Ad un’estensione testuale troppo ridotta si dovranno imputare anche personaggi poco indagati psicologicamente: com’è veramente Giulietta? Cosa prova? Per farlo sentire veramente al lettore, sarebbero state necessarie almeno cinquanta pagine in più. Parzialmente deludente risulta essere anche il linguaggio: Fabrizia Pinna predilige la paratassi e il linguaggio asciutto, spesso condito da termini volgari che vogliono fare un po’ il verso a Tondelli (ad “Altri libertini” rimandano anche alcune atmosfere, soprattutto nella parte iniziale ambientata nel bar della madre Betti, simile al “Postoristoro” tondelliano), ma finiscono per stridere con la dolcezza della protagonista; eliminabile, infine, il corsivo che tende ad appiattire su uno stesso piano tanto i discorsi diretti quanto l’indiretto libero.
Se “Blonditudo”, con i suoi limiti, mette in scena però una storia con qualcosa da dire (ci sono povertà, abbandono, la difficile vita quotidiana di tanti disperati, il tentativo di riscatto…), il seguente, brevissimo, “Réclame d’Afrique” sembra davvero campato per aria: il tutto è riducibile a due ragazzi che, in Sardegna, scoprono di essere stati adottati e decidono di partire per l’Africa a caccia delle proprie radici. Il tema può essere interessante, senza dubbio: a patto di trattarlo compiutamente nella forma del romanzo, non in poche paginette che mettono semplicemente in scena degli eventi senza un vero perché.
La critica principale che avanzo alla Pinna, si sarà ormai capito, è quella della forte disarmonia tra la scelta della storia e quella dell’estensione del discorso: detto in soldoni, troppi contenuti per troppo poche pagine. Attendiamo una prova nella forma romanzo (o racconto, ma con contenuti adeguati a questa forma narrativa) per saggiare le sue reali capacità letterarie.