Eugène

Eugène Lettera al mio dittatore


Bottega Errante, 2025, Traduzione Francesca Cosi e Alessandra Repossi, Collana Radar, 144 pagine, 17 euro Narrativa Straniera | Romanzo

17/04/2025 di Laura Bianchi

"Prima ho scritto cinque righe a Ceausescu, poi ho capito che avevo da dirgli molto di più."

I vantaggi dell'avere una certa età. Mi ricordo molto bene, quando, il giorno di Natale del 1989, il Conducător Nicolae Ceausescu e sua moglie vennero giustiziati subito dopo aver subito un processo sommario davanti alla corte marziale, che li condannò a morte per genocidio. E mi ricordo le controversie che seguirono la fucilazione, i racconti dei fedelissimi e degli avversari, dei capi della rivoluzione e delle nazioni che assistettero a essa nella più totale confusione. Per questo, mi ha colpita particolarmente Lettera al mio dittatore di Eugène Meiltz, che, nato a Bucarest nel 1969, ma emigrato in Svizzera nel 1975, ha deciso, decenni più tardi, di mettere in fila, nero su bianco, le proprie emozioni, i ricordi, le riflessioni che si è portato dentro per tutta una vita, rivolgendosi al politico con un "tu" schietto e un tono colloquiale che a volte sorprendono, altre volte destabilizzano, per l'impressione di familiarità con l'orrore che possono trasmettere.

Ma lo scrittore è abile nello smontare tale sensazione, senza far perdere al romanzo un grammo del suo peso sarcastico, caustico, polemico, e nel descrivere non solo e non tanto la parabola sorprendente di un uomo che ha plasmato - e plagiato - la Romania per decenni, ma soprattutto l'evoluzione del rapporto che egli ha avuto, nel tempo, con il suo popolo, sempre più evidentemente trasformato da un gruppo di cittadini a una massa informe di sudditi. La Bucarest che il piccolo Eugène ricorda era tappezzata di gigantografie del dittatore, ( e ammette: "Mi piaceva il tuo sorriso pieno di bontà."), ma era anche violentata dal feroce "piccone risanatore" (ricorda qualcun altro, certo...), che ne ha cambiato per sempre il volto. A questo punto, un suggerimento: vedere il lisergico, psichedelico, splendido film di Radu Jude Non aspettarti troppo dalla fine del mondo, che, con un suggestivo gioco di montaggio, giustappone la capitale pre Ceausescu - ritratta nel  film artistico Angela va avanti del 1982 - a quella in cui i nostri contemporanei si trovano a vivere ancor oggi. Il 90 per cento del quartiere Uranus, citato anche nel libro, una delle zone più pittoresche della capitale, cadde sotto le lame delle ruspe in seguito alla politica di sistematizzazione introdotta dal dittatore nel 1977; e la moglie, Elena, si dice che "girasse per il quartiere Uranus su una limousine nera. La limousine si fermava all'angolo di una strada; Elena scendeva, accompagnata da due uomini in giacca e cravatta. Indicava con il palmo della mano un edificio, un gruppo di case, una chiesa. Era l'annuncio di una demolizione urgente. Poi continuava la sua ispezione.", scrive Eugène. con una lucidità che colpisce, per l'asciutta cronaca di drammi privati, che colpivano le famiglie sfrattate, costrette a spostarsi in periferia, in condomini ancora non ultimati.

E l'architettura, come spesso accade, dice molto di più di un tempo storico, rispetto a tanti altri documenti, scritti o meno; così, in un viaggio che lo scrittore compie a Bucarest, nel 2002, eccolo dialogare di nuovo con un edificio in particolare, la "stamberga" di Ceausescu, Palazzo Primaverii, "il secondo edificio più grande del mondo", fastosa dimora costruita dall'architetta Anca Petrescu, in sei anni, letteralmente schiavizzando senza una pausa per più di sei anni ventimila operai e distruggendo ettari di terreno. Pietre che parlano, e che si lasciano interrogare dallo scrittore, il quale, frase dopo frase, ci conduce alla radice prima della propria idea compositiva, con un finale a sorpresa che lascia attoniti e in preda a dubbi. Come la vera letteratura deve saper fare.



Eugène Meiltz ha sei anni quando si trasferisce in Svizzera insieme ai genitori richiedenti asilo. Nato a Bucarest sotto la dittatura di Nicolae Ceausescu, è ancora troppo giovane per comprendere quanto il totalitarismo, anche se lontano, influenzerà la sua formazione. A quasi cinquant’anni realizza di dover fare i conti con le proprie radici e, in particolare, col tiranno che ha spinto i suoi genitori ad abbandonare la patria. Vivo o morto, Ceausescu rappresenta una maledizione, per lui e per i milioni di romeni vissuti sotto il regime, e decide così di indirizzargli una lettera. Con piglio ironico e sottile sensibilità l’autore ripercorre le atrocità della dittatura, ricostruendo una parabola in cui si inscrive anche la sua vita: Lettera al mio dittatore non è solo la storia di Eugène ma quella di tutto il popolo romeno. Vincitore del Premio svizzero per la Letteratura 2023