Enrico Brizzi - Lorenzo Marzaduri

Enrico Brizzi - Lorenzo Marzaduri L'altro nome del rock


Mondadori

di Christian Verzeletti
Che il nuovo libro di Enrico Brizzi abbia un'ambientazione fortemente musicale non è una novità per i lettori dello scrittore bolognese, che potranno godersi la crescita del loro beniamino in fase di maturazione costante dopo gli sfoghi adolescenziali di Jack Frusciante. Stavolta si tratta di una collaborazione con Lorenzo Marzaduri, una sorta di album in cui le due voci non si distinguono, registrate nello stesso unico microfono. "L'altro nome del rock" è infatti una bella raccolta di racconti con l'aggiunta di un romanzo breve che lasciano però l'amaro in bocca agli amanti di questa musica. Non tanto perchè i due non centrino l'obiettivo o manchino di passione nel descriverne personaggi e emozioni, anzi, vi sono passaggi che sfiorano il lirismo e trasmettono intatto, verace il gusto di un rock che ha catturato e cresciuto più di una generazione ("Noi non fummo mai più altrettanto felici in vita nostra. L'energia che usciva dai Marshall era qualcosa di perfettamente diverso dal semplice prolungamento d'un modo rabbioso di suonare. Odorava di benzina e incendio, quell'energia. Aveva dentro una qualità di potenza e cattiveria nuove"). Il dubbio sorge sulla riflessione che inevitabilmente i continui riferimenti suscitano: che si parli di gruppi ska, degli Who, di Neil Young o dei Sonic Youth, tutti i racconti sono pervasi da un senso di nostalgia che induce a pensare al rock come a un genere ormai decaduto, capace solo di nuotare nella risacca del proprio glorioso e illusorio passato. Ciò nulla toglie alla bellezza del libro, ricco di rimandi e parallelismi che ne intrecciano le trame, collegando tra loro i singoli racconti proprio come in una scaletta di un concerto o di un cd. Particolarmente efficaci sono la metafora dell'acqua (le frange della casacca del cantante Renè finiscono in un miscelatore; le chitarre dei due fratelli protagonisti di "Inalare, espirare" vengono scagliate sul fondo del mare; la lavatrice della madre di Nissa inonda tutto l'appartamento nel conclusivo "Il caputano della Reginette One") e l'azione della corsa, in vespa, in auto o a piedi, associata al crescente ritmo liberatorio della musica. Altro filo rosso che pervade i racconti è il rimando tra la caduta delle promesse offerte dal rock negli anni sessanta/settanta e le delusioni personali patite dai protagonisti nell'affrontare l'età adulta e soprattutto i rapporti con l'altro sesso. Non si può che dar merito agli autori, che, con una scrittura efficace e sempre meno giovanile, inducono domande e riflessioni nell'animo del lettore. Come in Carver, le immagini che lasciano intravedere possibili futuri sono rare e fievoli, ma proprio per questo dotate di una luce propria ("Seppe che la vita gli apparteneva e non gli apparteneva. Seppe che era un dono, e la spuma del mare arrivava a lambire la spiaggia. Baciava la spiaggia che gli era destinata e si ritraeva, la nutriva e tornava indietro per catturare quel che serviva a nutrirla"). Il libro accenna anche ai problemi linguistici del rock, ai suoi rapporti con i fans e con il mondo del business, ma anche questi rimangono ristretti al parziale scenario musicale: l'italiano oggi regge bene i ritmi e i tempi più forsennati di questa musica, la rete ha notevolmente migliorato i rapporti tra artista e pubblico e offerto nuove possibili indipendenze dall'oppressione delle major. Insomma, pur rimanendo essenzialmente una frangia, questa musica non è così annacquata e mantiene quella energia spontanea che i due autori colgono con sensibilità. E se è vero che la sua storia è infarcita di losers, ciò non ne cancella forze, speranze e coscienze, vive in molti dei suoi portavoce (tanto per fare qualche nome pensiamo alle ultime uscite di Ben Harper, Ani Difranco, Pearl Jam o, rimanendo a casa, degli Afterhours). Non ci si può aspettare che un romanzo copra tutti gli aspetti toccati in più di mezzo secolo da questa musica, ma due suoi aficionados come Brizzi e Marzaduri potevano evitare di insinuare di nuovo quel luogo comune, troppo spesso sostenuto e dibattutto, secondo cui il rock è morto. È possibile essere rocker anche oggi, passati i trenta, con figli a carico, con un lavoro qualunque e con una Uno al posto di una spider. Questo potrebbe essere un altro dei nomi del rock.