Elisa De Munari Wild Women Don’t Have the Blues
Area Pirata, 2026, 232 pagine, 19 euro Musica | Biografie | Storia
25/09/2026 di Laura Bianchi
Ci sono musiciste che suonano e cantano blues. Poi ci sono musiciste che lo vivono. Elisa De Munari, in arte Elli De Mon, appartiene al secondo gruppo; si è immersa da anni nel mondo delle artiste afroamericane che hanno contribuito a forgiare la storia di questo genere, le ha studiate, analizzate, suonate, interpretate, e ne ha scritto con passione e competenza. Nasce così il progetto Wild Women Don’t Have the Blues, in cui la cantautrice vicentina continua il percorso di approfondimento delle blueswomen, che rappresenta l'ideale prosecuzione di Countin’ the Blues. Donne indomite, aggiungendo alla parola scritta quella cantata, come in Raìse, con la differenza che quel concept album conteneva composizioni originali, mentre questo affianca, alla ricerca storica riguardante figure e situazioni che costruiscono l'immaginario blues, dieci traditional di Sister Rosetta Tharpe, Jesse Mae Hemphill, Mary Alice and Alan McGowan, Mattie Mae Thomas, Mississippi Matilda Powell, Mamie Smith, Sister O.M. Terrell, Ida Cox, Etta Baker, Billie Holiday.
La biografia di queste eroine viene illustrata senza nessuno scadimento nell'erudizione, nella mera compilazione di date e dati, di opere ed edizioni, con aggiunta di aneddoti superflui, ma ognuna è spiegata nell'essenza del proprio messaggio, unico e peculiare, e il lettore viene guidato con cura e attenzione in un percorso di conoscenza e comprensione del contesto storico in cui le musiciste sono vissute e delle esperienze che le hanno spinte a comporre. Impossibile, ad esempio, pensare a Billie Holiday in Strange Fruit senza ricostruire il quadro dello schiavismo, con il Peonage (lavoro forzato), lo Sharecropping (la mezzadria), con i Black Codes, leggi emanate tra il 1865 e il 1866, che " miravano a limitare severamente la libertà degli ex schiavi"; oppure alla Guitar Goddess Sister Rosetta Tharpe in Rock Me senza conoscere la differenza tra Nord e Sud degli Stati Uniti, tra chiese battiste e pentecostali, e seguire il lento, ma incessante progredire dell'emancipazione femminile delle Gospel Mothers in ambito religioso, pubblico e privato, al punto che la loro divenne "una liberazione collettiva che ha attraversato un intero popolo", "una storia di corpi che si liberano attraverso il canto, di voci che si alzano nella notte, di donne che hanno osato rivendicare il diritto di parlare quando il mondo voleva che tacessero." E ogni artista meriterebbe una citazione, tanto sono appassionanti le loro vicende, e tanto la storia in cui interagirono è ricca di elementi di riflessione ancora attuali.
Ma la musicista che vive il blues non può chiamarsi fuori, e limitarsi a una mera riproposizione delle biografie delle artiste del passato; ecco quindi che l'autrice arricchisce e sostanzia la ricerca storica, debitamente documentata con una cospicua bibliografia, attraverso altri spunti, riflessioni personali, in equilibrio tra filosofia, psicologia, autobiografia, avvicinando le proprie confessioni ad alcune carte di Tarocchi musicali, e facendo emergere una parte di sé che ci aiuta a capire meglio le sue scelte, personali e culturali; come quando, scrivendo della sua voce, afferma: "non ho semplicemente un suono, ma sono quel suono: è questa risonanza che mi definisce come individuo immediatamente identificabile e unico"; o come quando, trattando della scelta linguistica che l'ha portata a esprimersi in dialetto, scrive: "Come gli afroamericani hanno preso l’inglese e l’hanno fatto proprio, piegandolo fino a fargli contenere la loro verità, così ogni lingua madre è un terreno di continua reinvenzione, dove il passato e il presente si incontrano per creare nuovi modi di dire “io esisto”."
E non solo: l'esperienza si allarga a tutti i lettori e lettrici, in una sorta di processo guidato di consapevolezza, con Mappe emotive, Territori da esplorare, Segnali e Significati, Spazio per il dialogo, Prospettiva critica e Proposizione chiave, che ci aiutano a fare tesoro non solo degli ascolti e della lettura, ma di tutti gli spunti che da essi ci provengono; perché, come De Munari scrive, "quelle voci mi hanno lasciato qualcosa. Non un manuale di istruzioni, non una lezione morale, ma una verità più semplice: che il silenzio corrode e che parlare, anche quando la voce trema, anche quando le conseguenze spaventano, è l’unico modo per rimanere interi. Che ogni rivoluzione inizia con un sussurro. In quel momento di quiete, qualcosa dentro si muove, si ribella, dice no."
Facciamo entrare anche noi quelle voci; ci aiuteranno a vivere meglio.