Davide Sapienza

Davide Sapienza I diari di rubha hunish


Baldini Castaldi Dalai - € 13,40

di Francesco Ongaro
Quando me l’hanno passato, ho chiesto: “Che cos’è?”. “Un libro di viaggi – mi hanno risposto -. Se ti piace, poi lo recensisci”.
Il fatto che stia scrivendo la recensione dovrebbe implicare che il libro mi è piaciuto. In realtà la questione non è così semplice, anzi è addirittura insignificante. I diari di Rubha Hunish è uno dei quei libri che non possono essere schematizzati o semplificati. Già la definizione “libro di viaggi” è fuorviante, perché la mente richiama illustri predecessori da Conrad a Kerouac, da Chatwin a Least Heat-Moon. E non sempre il confronto con grandi autori aggiunge valore ad un testo. Credo che sia più corretto, se proprio si vuole dare una definizione, chiamarlo “libro che viaggia”, perché il viaggio non è l’oggetto ma il soggetto del narrare. Le pagine si sono formate in itinere, sono materia nomade, plasmata dal cammino, riflessioni drenate da sentieri impervi, pensiero che si fa esperienza, esperienza che ritorna pensiero.
Ci si muove in luoghi differenti – anche se il baricentro è spostato verso Nord o, meglio, verso l’alto, in quota: Islanda, Scandinavia, Circolo Polare Artico, Orobie, Cordillera Blanca – però li si descrive con una lingua accomunante, che tende a unire più che a dividere – non ad uniformare, ma ad avvicinare – sottilmente insinuando che ci sia una lingua sola con la quale si può parlare della Terra, la millenaria Pachamama. Davide Sapienza avanza sulla soglia che separa interno/esterno, dove l’io individuale si frantuma e si ricompone, con un procedere acronologico, oscillatorio, nel quale le tappe sono scandite da percorsi di energie sotterranee, vene che alimentano il pensiero e contribuiscono alla conoscenza di sé. In fondo i luoghi geografici non importano, perché ciò che conta è il viaggio fisico e spirituale che li congiunge, sempre in bilico tra paesaggi dell’anima e l’anima del paesaggio, alla ricerca di un punto d’equilibrio che si sposta sempre un poco più in là – Ho coltivato la volontà di penetrare l’invisibile e sfuggente soglia che separa la dimensione quotidiana della vita dalla visita poco guidata alle meraviglie del territorio interiore -. Il viaggio come ricerca, non necessariamente finalizzata alla scoperta. Anche i paesaggi esteriori, segnati dal biancore delle nevi, dalla lucida immobilità di ghiacci e ghiacciai, da certi silenzi indescrivibili hanno lo stesso ipnotico candore della pagina bianca prima d’essere scritta, prima che il foglio si riempia di forma orante, di forma pensante – Mi piace tracciare parole sulla carta, quasi fossero passi sicuri lungo un sentiero sconosciuto: come questo biancore che non ti dà alcun punto di riferimento, che non ti dà nessuna pace e nessuna tregua -. C’è un senso di profonda bellezza e meraviglia – lo stupore del quotidiano – che si accompagna al narrare di Davide Sapienza, mai fermo né con le gambe né con la mente. I suoi scritti non stancano, evocano, coinvolgono. Ecco che quindi diventa marginale – o forse addirittura inutile – dopo aver letto chiedersi se il libro sia anche piaciuto.

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