Davide Longo La donna della Mansarda
Einaudi, 2025, Collana Stile Libero Big, pp. 352 pagine, 19 euro Romanzo | Giallo
09/06/2025 di Silvano Rubino
È davvero giunta l’ora della “serialità” lunga per Arcadipane e Bramard, la coppia di investigatori protagonisti della fortunatissima saga di Davide Longo? Al romanzo numero cinque, La donna della mansarda, che sin dal titolo è un esplicito omaggio ai giallisti torinesi per eccellenza, Fruttero & Lucentini, così come La vita paga il sabato lo era a un altro dei suoi maestri e conterranei, Beppe Fenoglio, l’impressione è proprio che Longo ci abbia preso gusto (immagino anche il suo editore) e che il rapporto di affezione tra lui, i suoi personaggi e i suoi numerosi lettori lo abbia portato con naturalezza a trasformare quella che forse poteva essere una trilogia, o una quadrilogia, in una serie che – a questo punto – ci aspettiamo prosegua con una certa regolarità.
Lo suggerisce anche la dimensione di questo nuovo episodio, il quinto, con le sue 350 pagine contro le oltre 500 delle precedenti. E forse anche un respiro meno ampio, con meno diramazioni e pause nello svolgimento della storia, e la netta impressione che ci sarà tempo e modo di approfondire in episodi successivi.
E chissà che non ci sia già un contratto con una produzione audiovisiva…
Per questo nuovo caso, Longo rimane nel 2013, riprendendo dal finale del mistero precedente – quello della diga di Clot, nel Cuneese – per riportare i protagonisti in città, alle prese con una vicenda altrettanto enigmatica: la sparizione di Tina, pittrice di fama mondiale che viveva in reclusione volontaria nella “Prora”, lo strampalato edificio di famiglia progettato dal bisnonno architetto.
Tina, al secolo Maria Pia Biancamano Bottero, stacca la spina: carica 300mila euro in una borsa e scompare nel nulla. Archiviato come allontanamento volontario, il caso si riapre solo un anno e mezzo dopo, quando Muriel, confidente e assistente, contatta Bramard: è convinta che la sua amica sia stata assassinata.
È subito chiaro che la pista non sarà solo geografica. La Prora, con la sua architettura ossessiva; gli ultimi quadri di Tina, inquietanti come un diario frammentato; i segreti della famiglia Biancamano Bottero, che risalgono a generazioni – tutto affonda i nostri protagonisti in una rete fitta di intrigo familiare (“di solito chi ha vicende familiari così tristi – conclude Muriel – diventa molto razionale, molto fragile o molto talentuoso”), arte, ordinaria malvagità, promesse tradite.
Come in tutti i grandi noir più di atmosfera che di trama, non serve sapere chi è colpevole o quali fili vengono tirati per assaporarne il valore. La donna della mansarda racconta una ferita aperta, un enigma che ha a che fare con la memoria, l’abbandono, il peso delle colpe mai scontate. Il morto c’è (più d’uno), il mistero pure, ma sono solo un pretesto per Longo per far muovere i suoi personaggi tra le crepe di un’umanità dolente. Oltre a Bramard, più defilato ma sempre fondamentale, ci sono Pedrelli, con la sua indomita lealtà piemontese, e anche Isa Mancini, spirito inquieto e presenza mai decorativa. E Arcadipane, come sempre, è lì. Goffo, brutto, meridionale, rozzo e autentico, insoddisfatto, ma instancabile nell’adempimento della sua missione di verità. Ma anche lucido, a modo suo. Sempre più fascinosamente inadatto al mondo, eppure irresistibilmente adatto a leggerne le crepe. Mentre Bramard – sempre più riflessivo, sempre più solo – accompagna l’indagine come un cane pastore che non difende e non guida, ma semplicemente scorta. Senza illudersi troppo sulla possibilità, con la ragione, di raddrizzare l’irrazionalità del mondo, ma senza smettere di usare la sua capacità quasi sciamanica di capire le psicologie altrui.
Qui la tensione non scatta solo tra una testimonianza e l’altra, ma tra le pieghe di rapporti spezzati, passioni taciute e l’ambizione artistica che diventa prigione. Perché La donna della mansarda è anche questo: un’indagine nel buio di chi crea, nel silenzio di chi ha visto troppo, nella solitudine di chi non riesce a salvarsi.
E torniamo, ancora e sempre, alla scrittura, il vero motivo per cui leggo Davide Longo e le sue storie. Quel tipo di scrittura che ognuno sogna per sé, che non si mette in mostra, ma che si fa ricordare: equilibrata, capace di squarci di poesia, di frasi fulminanti come aforismi (“La gente che andava a messa presto non esiste più, e questo la dice lunga sull’utilità della cosa”), ma al riparo da ogni retorica; asciutta, precisa, che sa farsi inquietante come un dipinto che non smette di guardarti. Stacco e sospensione, sfumature emozionali tratteggiate con la misurata potenza di poche parole. Un fluido equilibrio tra arte e noir, anima e indagine.
Longo è capace di dominare tonalità diverse – a seconda del personaggio che in quel momento è in scena: umoristica e farsesca nel caso di Arcadipane, malinconica e scabra nel caso di Bramard – e di tratteggiare psicologie e paesaggi con poche pennellate. Come Simenon, sì. Ma anche come Fenoglio: la piemontesità, l’asciuttezza dei sentimenti, una durezza mai crudele, sempre venata di malinconia e pietas. A questo giro c’è anche molto di Fruttero & Lucentini, in quell’ironia colta, sottile, un po’ disillusa; nel gusto per il mistero intellettuale, più che per il colpo di scena; nella capacità di tenere insieme tensione e riflessione, la Torino colta e alto-borghese con i fantasmi del suo passato, e quell’aura di mistero e morbosità che sempre un po’ evoca. E avere dei modelli espliciti, quando sono così ben metabolizzati, non è affatto un limite per uno scrittore “di genere” che cerca (e trova) una sua voce. Anzi: è il segno che quella voce sta maturando, si stratifica, si arricchisce. E ogni romanzo diventa anche una dichiarazione di poetica.
Quando Arcadipane e Bramard dividono il poco spazio del cortile del commissariato, e pochissime, pudiche parole, capisci che non è solo l’indagine a unirli, ma un tormento interiore che li accomuna e che ciascuno di loro sa raccontare a se stesso (o nascondere) in modo diverso.
La donna della mansarda è una storia che ci ricorda che spesso le cose più importanti non le capiamo davvero, ma le sentiamo. Anche se sono nascoste dietro delle pareti.
Davide Longo, ancora una volta, non delude – anche nella scelta esplicita di una serialità. E ci dice che finché c’è qualcuno che si interroga, che inciampa, che cerca, finché c’è qualcuno come Arcadipane e Bramard, qualcuno che non si rassegna al male – anche se ha più paura di prima, anche se sbaglia tutto o quasi tutto con chi ama – allora vale la pena continuare a vivere. E a leggere.
Lo suggerisce anche la dimensione di questo nuovo episodio, il quinto, con le sue 350 pagine contro le oltre 500 delle precedenti. E forse anche un respiro meno ampio, con meno diramazioni e pause nello svolgimento della storia, e la netta impressione che ci sarà tempo e modo di approfondire in episodi successivi.
E chissà che non ci sia già un contratto con una produzione audiovisiva…
Per questo nuovo caso, Longo rimane nel 2013, riprendendo dal finale del mistero precedente – quello della diga di Clot, nel Cuneese – per riportare i protagonisti in città, alle prese con una vicenda altrettanto enigmatica: la sparizione di Tina, pittrice di fama mondiale che viveva in reclusione volontaria nella “Prora”, lo strampalato edificio di famiglia progettato dal bisnonno architetto.
Tina, al secolo Maria Pia Biancamano Bottero, stacca la spina: carica 300mila euro in una borsa e scompare nel nulla. Archiviato come allontanamento volontario, il caso si riapre solo un anno e mezzo dopo, quando Muriel, confidente e assistente, contatta Bramard: è convinta che la sua amica sia stata assassinata.
È subito chiaro che la pista non sarà solo geografica. La Prora, con la sua architettura ossessiva; gli ultimi quadri di Tina, inquietanti come un diario frammentato; i segreti della famiglia Biancamano Bottero, che risalgono a generazioni – tutto affonda i nostri protagonisti in una rete fitta di intrigo familiare (“di solito chi ha vicende familiari così tristi – conclude Muriel – diventa molto razionale, molto fragile o molto talentuoso”), arte, ordinaria malvagità, promesse tradite.
Come in tutti i grandi noir più di atmosfera che di trama, non serve sapere chi è colpevole o quali fili vengono tirati per assaporarne il valore. La donna della mansarda racconta una ferita aperta, un enigma che ha a che fare con la memoria, l’abbandono, il peso delle colpe mai scontate. Il morto c’è (più d’uno), il mistero pure, ma sono solo un pretesto per Longo per far muovere i suoi personaggi tra le crepe di un’umanità dolente. Oltre a Bramard, più defilato ma sempre fondamentale, ci sono Pedrelli, con la sua indomita lealtà piemontese, e anche Isa Mancini, spirito inquieto e presenza mai decorativa. E Arcadipane, come sempre, è lì. Goffo, brutto, meridionale, rozzo e autentico, insoddisfatto, ma instancabile nell’adempimento della sua missione di verità. Ma anche lucido, a modo suo. Sempre più fascinosamente inadatto al mondo, eppure irresistibilmente adatto a leggerne le crepe. Mentre Bramard – sempre più riflessivo, sempre più solo – accompagna l’indagine come un cane pastore che non difende e non guida, ma semplicemente scorta. Senza illudersi troppo sulla possibilità, con la ragione, di raddrizzare l’irrazionalità del mondo, ma senza smettere di usare la sua capacità quasi sciamanica di capire le psicologie altrui.
Qui la tensione non scatta solo tra una testimonianza e l’altra, ma tra le pieghe di rapporti spezzati, passioni taciute e l’ambizione artistica che diventa prigione. Perché La donna della mansarda è anche questo: un’indagine nel buio di chi crea, nel silenzio di chi ha visto troppo, nella solitudine di chi non riesce a salvarsi.
E torniamo, ancora e sempre, alla scrittura, il vero motivo per cui leggo Davide Longo e le sue storie. Quel tipo di scrittura che ognuno sogna per sé, che non si mette in mostra, ma che si fa ricordare: equilibrata, capace di squarci di poesia, di frasi fulminanti come aforismi (“La gente che andava a messa presto non esiste più, e questo la dice lunga sull’utilità della cosa”), ma al riparo da ogni retorica; asciutta, precisa, che sa farsi inquietante come un dipinto che non smette di guardarti. Stacco e sospensione, sfumature emozionali tratteggiate con la misurata potenza di poche parole. Un fluido equilibrio tra arte e noir, anima e indagine.
Longo è capace di dominare tonalità diverse – a seconda del personaggio che in quel momento è in scena: umoristica e farsesca nel caso di Arcadipane, malinconica e scabra nel caso di Bramard – e di tratteggiare psicologie e paesaggi con poche pennellate. Come Simenon, sì. Ma anche come Fenoglio: la piemontesità, l’asciuttezza dei sentimenti, una durezza mai crudele, sempre venata di malinconia e pietas. A questo giro c’è anche molto di Fruttero & Lucentini, in quell’ironia colta, sottile, un po’ disillusa; nel gusto per il mistero intellettuale, più che per il colpo di scena; nella capacità di tenere insieme tensione e riflessione, la Torino colta e alto-borghese con i fantasmi del suo passato, e quell’aura di mistero e morbosità che sempre un po’ evoca. E avere dei modelli espliciti, quando sono così ben metabolizzati, non è affatto un limite per uno scrittore “di genere” che cerca (e trova) una sua voce. Anzi: è il segno che quella voce sta maturando, si stratifica, si arricchisce. E ogni romanzo diventa anche una dichiarazione di poetica.
Quando Arcadipane e Bramard dividono il poco spazio del cortile del commissariato, e pochissime, pudiche parole, capisci che non è solo l’indagine a unirli, ma un tormento interiore che li accomuna e che ciascuno di loro sa raccontare a se stesso (o nascondere) in modo diverso.
La donna della mansarda è una storia che ci ricorda che spesso le cose più importanti non le capiamo davvero, ma le sentiamo. Anche se sono nascoste dietro delle pareti.
Davide Longo, ancora una volta, non delude – anche nella scelta esplicita di una serialità. E ci dice che finché c’è qualcuno che si interroga, che inciampa, che cerca, finché c’è qualcuno come Arcadipane e Bramard, qualcuno che non si rassegna al male – anche se ha più paura di prima, anche se sbaglia tutto o quasi tutto con chi ama – allora vale la pena continuare a vivere. E a leggere.