David Szalay Nella carne
Adelphi, 2025, collana Fabula, traduzione di Anna Rusconi, 330 pagine, 19 euro. Letteratura Straniera | Narrativa Straniera | Romanzo, romanzo di formazione
29/04/2026 di Ambrosia J. S. Imbornone
“C’è un attimo di tensione. Poi succede qualcosa. Si accascia. Lo abbraccia e resta immobile per un minuto. István percepisce il sudore che ricopre entrambi i corpi. Difficile dire di chi sia. Tra loro c’è un unico strato scivoloso.”
La tensione sembra una costante nel romanzo Nella carne (Flesh) dello scrittore canadese/ungherese David Szalay: si può tagliare con il coltello nel corpo a corpo con l’altro o con la vita, persino quando gli istinti si materializzano solo in un pensiero fuggente, che poco dopo diventa “inconsistente come un sogno sbiadito”.
Premiato con il Booker Prize nel 2025, questo romanzo ci regala infatti un protagonista memorabile, a cui ci si affeziona facilmente, il laconico István, che, più che compiere autentiche scelte, si abbandona alle sue pulsioni e lascia accadere le cose, limitandosi spesso a pronunciare un semplice “Okay”.
Questa storia attraversa l'Ungheria e l'Inghilterra, il "disordine" socio-politico post-caduta del Muro e il lockdown, una missione militare, i pregiudizi classisti e sugli immigrati, le dipendenze, i decenni e i contesti sociali. Ma, nonostante i tanti cambiamenti attorno a lui e nel corso della sua stessa esistenza, la vita sembra continuare “soltanto” a capitare a István: gli finisce addosso con traiettorie imprevedibili, fortunate o tragiche, gli dà e gli toglie imperscrutabilmente.
Il protagonista appare allora soprattutto carne, un corpo, che, se osservato, diventa anche “più consapevole e compiaciuto della propria nudità”.
Nella prima parte del romanzo sembra quasi persino un personaggio pasoliniano, animalesco e impulsivo, nell’abbandonarsi a una sessualità meccanica o nell’essere pronto a vivere di espedienti senza farsi troppe domande, e anche in seguito rimane in qualche modo “senza coscienza”, senza la capacità di comprendere a fondo gli avvenimenti della sua vita, oppure la portata o i moventi reali dei suoi gesti: “István non ce la fa. Quando apre la bocca, le parole sembrano troppo dolorose e umilianti per pronunciarle ad alta voce. Ciò nonostante, stenta comprendere la propria reazione”, recita un passo del romanzo. “Torna a domandarsi cosa sia successo veramente. Ha la strana sensazione che sia qualcosa di molto importante, solo che non sa cosa”, si legge altrove.
Inevitabilmente, István, pur incarnando una “mascolinità primitiva”, come la definisce il figliastro Thomas, pur negli istinti che lo travolgono e nella sua apparente indifferenza, finisce per soffrire e mostra qui e lì le sue fragilità, ricorrendo più volte a un supporto psicologico per affrontare quei dolori che non sa dire. Infatti non riesce davvero a esprimere la sua sofferenza, e a lungo non riesce a metabolizzare molti eventi traumatici della sua vita.
Lo stile dell’autore (che non appare mai giudicante, ma sempre pronto a fare un passo al lato per non commentare gli avvenimenti) è secco, asciutto, tagliente, anche quando affronta le scene più intense o erotiche, che diventano così ancora più incisive, spogliate da qualunque retorica o indugio compiaciuto. Sono esclusi momenti di pausa nell’azione per riflessioni e considerazioni che non siano la mera trascrizione sintetica dei semplici pensieri dei personaggi. Questo rende il libro ancora più disturbante e contribuisce anche a rendere particolarmente efficaci alcune pagine, quasi da romanzo di formazione, sull’infanzia e l’adolescenza, con la scoperta del corpo e l’incapacità di opporsi alle “cose nuove e sorprendenti” che esso desidera, così come riesce a far emergere in modo tangibile e immediato la violenza istintiva, strisciante e quasi predatoria che si insinua nell’educazione non sentimentale di István e mostra un potere attrattivo anche su suo figlio Jacob, quando vuole ascoltare storie di quando il padre era un soldato in Iraq e appare quasi affascinato dalla conta dei possibili morti e feriti. La violenza, psicologica in primis, è inoltre un fantasma terrificante che si affaccia in controluce anche con l’ombra del bullismo.
Si potrebbe citare ovviamente tanta letteratura critica sul legame tra mascolinità e violenza, ma su tutto valga l’esempio di bell hooks in Comunione, quando si sofferma sul ruolo che in tal senso ha avuto e può avere ancora un certo tipo di educazione dei maschi fin da piccoli:
“Ai maschietti non viene insegnato in modo sistematico a prendersi cura degli altri. Invece, il più delle volte, vengono addestrati con fermezza a rifiutare l’attenzione affettuosa e a optare per il dominio. I giochi di guerra e tutti i giochi di finta violenza insegnano ai maschietti che il loro ruolo è togliere la vita quando è necessario. Quasi tutti i maschi imparano fin dalla più tenera infanzia che per essere davvero mascolini devono essere capaci di togliere la vita, non di darla e proteggerla.”
Anche il ruolo “protettivo” dei maschi è frutto ovviamente di una divisione dei ruoli tipica della società patriarcale, ma comunque, a voler restare in quest’alveo “tradizionale”, István non cerca di proteggere le persone a lui care ed arriva ad ammettere lui stesso “Io non sono tanto una bella persona”, quando si rende conto di godere del male che infligge, “emotivamente e a volte persino fisicamente”.
Tra i personaggi femminili quello più approfondito appare la figura di Helen e anche in questo caso il protagonista capirà solo tardivamente quanto sia stata essenziale per lui:
“A volte Helen gli manca. Solo adesso si rende conto di che ruolo importante ha avuto nella sua vita. Probabilmente più di chiunque altro. Per certi versi è ovvio. Ma in parte l’idea lo sorprende. […]
L’atteggiamento che ha nei confronti di molte cose è l’atteggiamento che aveva lei, e tanti dei suoi ricordi sono inseparabili dal ricordo di lei.”
Il personaggio della madre di István è invece aiutante “primario”, ma non sempre conosce in profondità il figlio e ciò che gli accade, perché d’altronde l’intimità fisica e della non-coscienza non è sempre un territorio in cui si lasciano entrare facilmente i genitori; per altri versi, invece, la donna risulta dotata di uno sguardo più acuto sull’esistenza del figlio e sulle sue dinamiche famigliari.
Nella carne appare ancora una storia triste e un po’ amara sulle altalene e sulle strade accidentate della vita, che lascia spazio anche a brevi descrizioni quasi poetiche di paesaggi naturali e urbani. Si tratta di un grande romanzo cinematografico, con silenzi e dialoghi pregni (o forse vuoti) di significato, perché, come scriveva Ghiannis Ritsos nei Monocordi, “Forse solo il silenzio dice tutta la verità”.
Questo romanzo spiazza e smonta luoghi comuni, appuntando per esempio l’attenzione, seppur velocemente, sull’incertezza “su cosa di preciso attiri un individuo verso un altro”; fa riflettere sul “maschile”, su una trama cangiante di relazioni sfaccettate in orizzontale e verticale, sul difficile approccio alla malattia e alla morte, su come in contesti sociali differenti si cambi, oppure si resti sempre uguali, finendo su una panchina a stringere un pugno di mosche, o a guardare “petali secchi” di ippocastano che “piovono a terra”.
Consigliatissimo.
David Szalay è nato a Montréal nel 1974 da madre canadese e padre ungherese. Ha vissuto in Libano, per poi studiare in Inghilterra; successivamente si è trasferito a Bruxelles e poi in Ungheria, per perseguire la sua ambizione di diventare scrittore. Attualmente vive a Budapest, con la sua famiglia.
Ha esordito nel 2008 con London and the South-East, vincendo il Betty Trask Award e nel 2009 il Geoffrey Faber Memorial Prize. In seguito ha scritto altri due romanzi (Innocent e Spring) e due raccolte di racconti.
Inserito nel 2013 da Granta nella lista dei Best Young British Novelists, nel 2016 con i racconti Tutto quello che è un uomo è stato finalista del Man Booker Prize e ha vinto il Premio Gordon Burn. Col romanzo Nella carne (Flesh) ha vinto il Booker Prize 2025. In Italia le sue opere sono pubblicate da Adelphi.