David Gates

David Gates Preston falls


2002, FELTRINELLI

di Christian Verzeletti
C’è stato un tempo in cui gli scrittori americani si ritiravano nei boschi per andare a vivere in una capanna di legno, come Thoreau, oppure si rifugiavano sulla costa californiana per improvvisare davanti al Pacifico, come Kerouac. Con le dovute differenze, l’intenzione era quella di osservare la società dall’esterno e di scavarla con il desiderio utopico di seminare degli ideali che permettessero la crescita di identità libere.
A leggere questo “Preston Falls”, Thoreau e Kerouac, e non solo loro, sembrano parte di un passato che non esercita più alcuna influenza, preistoria. Il protagonista, Doug Willis, si ritira nella sua casa in campagna per sfuggire alla realtà del lavoro e della famiglia, e soprattutto per perdersi in se stesso, in un vortice di rancore e di disagio.
Qualsiasi spunto creativo, il tentativo di fare qualche lavoretto alla casa, di ricontattare la moglie o di suonare in un gruppetto rock, finisce per naufragare in acque confuse, agitate da continue insoddisfazioni, che solo la cocaina riesce ad alleviare.
David Gates fa uso di un linguaggio efficace e piccante, che rende immediata la lettura senza nascondere spunti e metafore: all’arrivo a Preston Falls Doug si trova l’entrata della casa ostruita da un ammasso di legna per l’inverno, scaricatogli davanti alla porta da un vicino. Di fronte a tanta ostruzione e ad un peso del genere, si può solo andare a fondo.
Anche il rock’n’roll, in America simbolo per eccellenza di movimento e di possibile reazione, è solo una nostalgia da ascoltare e da suonare senza nerbo, cercando al massimo delle pallide imitazioni di Neil Young o di vecchi classici, per poi trovarsi costretti a dover vendere tutti gli strumenti.
“Preston Falls” è l’ennesima conferma che del sogno americano rimane poco o nulla e che qualunque struttura del Nuovo Mondo e del Nuovo Uomo, teorizzati da decenni di filosofia e di letteratura, non è più in grado di reggere le contraddizioni in cui si perde l’identità dell’uomo di oggi.
Tutti i rapporti sociali, con la famiglia, con i vicini, con lo stato, con il lavoro, ma soprattutto con se stessi, si sgretolano, decadono poco alla volta come succede alla casa di Preston Falls. Nemmeno la fuga dal mondo ha buon esito, Doug è vittima di uno smarrimento interiore che non gli dà pace e in condizioni simili a nulla vale anche il tentativo di tornare alla civiltà, alla vita quotidiana.
Se finora gli istituti universitari di letteratura angloamericana hanno basato i loro corsi sulla rinomata e ammirata “costruzione del sé”, è ora più che mai evidente che è in atto una decadenza, anzi, una dispersione, una vero e proprio annientamento dell’identità americana. Altro che “self made man”.