Daniel Pennac Ecco la storia
I narratori Feltrinelli 2003, pg 312, traduzione di Yasmina Melaouah
di Francesca Teti
Il professore di letteratura francese più famoso del mondo si accomiata da Benjamin Malaussène, il capro espiatorio, dalla sua famiglia disneyana e dalla sua Belleville speziata e multicolore, e ci accompagna in una storia nuova di zecca.
Nuovo è il termine più adatto all'ultima fatica di Pennac: un libro in cui il narratore ritrova lo smalto un po' smarrito negli ultimi capitoli della saga Malaussene.
Non è affatto un caso se il romanzo inizia col condizionale. “Sarebbe la storia di un dittatore agorafobico”.Abile intreccio di realtà e finzione, Ecco la storia ci trascina a Teresina, inesistente repubblica delle banane governata, per l'appunto, da un dittatore agorafobico che, per sfuggire l'orribile destino predettogli da una maga, fugge in Europa, non senza aver piazzato al suo posto un sosia perfetto. Tutto continuerebbe a scorrere normalmente, se non fosse per un costante ricambio tra i sosia: l'immagine del dittatore finisce per rimanere solo lo sbiadito ritratto in piazza, mentre al potere sale ogni volta qualcuno che gli assomiglia di meno.
Quando Pennac si interrompe e inizia a parlare di “quello che sa di Teresina” il romanzo vira verso l'autobiografia, lo scostarsi della tenda sulla fucina dello scrittore. Siamo così trascinati in una girandola di nomi, voci, lettere, ricordi, viaggi, appunti,ci imbarchiamo per gli Stati Uniti assieme a Charlie Chaplin, o forse a Rodolfo Valentino. Tutto questo solo partendo da una finestra: una finestra sul mondo, un minuscolo televisore da cui due abitanti di Teresina fissano affascinati, ridendo, le immagini di La febbre dell'oro, capolavoro di Chaplin. Questo nucleo da cui Pennac genera il romanzo altro non è che un'esperienza autobiografica: nel 1979 l'autore fu costretto ad un atterraggio d'emergenza al centro del Brasile, e camminando nel microscopico villaggio più vicino si era imbattutto in questa scena, che non avrebbe mai dimenticato.
L'autore riesce ad illustrarci i tratti salienti della genesi del suo romanzo: i personaggi diventano le sue fonti, i sosia del dittatore sono i ruoli dello scrittore, e un personaggio immaginario può facilmente fluire nella realtà.
Autobiografia e finzione, vita e invenzione si fondono e scorrono sulle pagine di una lettura veramente godibile.
Solo la sensibilità del professore parigino poteva concepire un così articolato e ben riuscito metaromanzo, beffarda riflessione sulle maschere indossate nella vita e al tempo stesso torsione del romanzo su se stesso, sui fattori che contribuiscono alla nascita di una storia. Un'ottima storia per un atteso ritorno.
Nuovo è il termine più adatto all'ultima fatica di Pennac: un libro in cui il narratore ritrova lo smalto un po' smarrito negli ultimi capitoli della saga Malaussene.
Non è affatto un caso se il romanzo inizia col condizionale. “Sarebbe la storia di un dittatore agorafobico”.Abile intreccio di realtà e finzione, Ecco la storia ci trascina a Teresina, inesistente repubblica delle banane governata, per l'appunto, da un dittatore agorafobico che, per sfuggire l'orribile destino predettogli da una maga, fugge in Europa, non senza aver piazzato al suo posto un sosia perfetto. Tutto continuerebbe a scorrere normalmente, se non fosse per un costante ricambio tra i sosia: l'immagine del dittatore finisce per rimanere solo lo sbiadito ritratto in piazza, mentre al potere sale ogni volta qualcuno che gli assomiglia di meno.
Quando Pennac si interrompe e inizia a parlare di “quello che sa di Teresina” il romanzo vira verso l'autobiografia, lo scostarsi della tenda sulla fucina dello scrittore. Siamo così trascinati in una girandola di nomi, voci, lettere, ricordi, viaggi, appunti,ci imbarchiamo per gli Stati Uniti assieme a Charlie Chaplin, o forse a Rodolfo Valentino. Tutto questo solo partendo da una finestra: una finestra sul mondo, un minuscolo televisore da cui due abitanti di Teresina fissano affascinati, ridendo, le immagini di La febbre dell'oro, capolavoro di Chaplin. Questo nucleo da cui Pennac genera il romanzo altro non è che un'esperienza autobiografica: nel 1979 l'autore fu costretto ad un atterraggio d'emergenza al centro del Brasile, e camminando nel microscopico villaggio più vicino si era imbattutto in questa scena, che non avrebbe mai dimenticato.
L'autore riesce ad illustrarci i tratti salienti della genesi del suo romanzo: i personaggi diventano le sue fonti, i sosia del dittatore sono i ruoli dello scrittore, e un personaggio immaginario può facilmente fluire nella realtà.
Autobiografia e finzione, vita e invenzione si fondono e scorrono sulle pagine di una lettura veramente godibile.
Solo la sensibilità del professore parigino poteva concepire un così articolato e ben riuscito metaromanzo, beffarda riflessione sulle maschere indossate nella vita e al tempo stesso torsione del romanzo su se stesso, sui fattori che contribuiscono alla nascita di una storia. Un'ottima storia per un atteso ritorno.