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Colin Dexter

Il gioiello che era nostro

Colin Dexter


Sellerio, 2016

di Corrado Ori Tanzi
Il cadavere della turista americana nella camera 310 di un celebre hotel di Oxford sembra proprio parlare di morte naturale. Certo, le circostanze dicono che sia stata indotta, perché la proprietaria di quel corpo sembra essere stata colta da infarto per non aver più trovato la borsetta che conteneva il Puntale di wolvercote, un antico e prezioso gioiello destinato al Museo Ashmolean. Lo stesso ispettore Morse sembra farsene persuaso, prendendo a prestito il modo di dire di un suo collega mediterraneo. Però il secondo cadavere, quello del professor Theodore Kemp, curatore delle antichità anglosassoni del museo, cambia le carte in tavola.

Nono episodio con al centro le avventure di uno degli investigatori più schizofrenici e lunatici della storia del giallo, Il gioiello che era nostro segna un nuovo colpo di Colin Dexter. Inchiesta vecchio stile, una pagina dopo l’altra dopo l’altra dopo l’altra. La voce in lontananza di zia Agatha, i suoni di Oxford (che, come accade con Vigata, diventa terra più pericolosa del Bronx con tutti gli omicidi che l’ispettore Morse deve risolvere), l’atmosfera dei pub e quelle giornate uggiose in classico stile UK. Gradazione alcolica tendente al rialzo (almeno considerando i bicchieri che i protagonisti svuotano).

Siamo in piena tradizione. Che Dio sia lodato. Riscoperta che ci allontana da tanta paccottiglia dell’avanguardia pseudo noir. Morse ha un modo tutto suo per risolvere i casi. Apre più autostrade mentali e le riempie di filoni di indagine che portano a più colpevoli. Di più: che portano a un preciso Mister/Madam X colpevole e che conducono al risultato diametralmente opposto che scagiona Mister/Madame X. Poi si lascia trasportare dai fatti, dai nuovi indizi, dalle chiacchiere di pub e paese, dalle omissioni, dalle sensazioni, dai suoi personali giri del cervello per arrivare, uno dopo l’altro a dichiarare, estinto questo o quel filone. Col fido Lewis che lo sostiene quando sbanda, lo indirizza e, soprattutto, lo sopporta (aperta la sottoscrizione per dichiarare santo subito il vice di Morse).

I romanzi di Dexter (scrittore, docente di greco e specialista in enigmistica) sono un rompicapo che frustano le nostre celluline grigie. E, per quanto si basino esclusivamente sull’indagine in quanto tale e sulla deduzione (whodunit – chi è stato e come ha fatto?), sono intrisi di quella tipica atmosfera anglosassone conosciuta grazie a romanzieri non di genere.

Forse per questo dal 1987 al 2000 gli episodi dell’ispettore Morse sono diventati una serie televisiva britannica (con l’autore che compare in diversi camei), trentatré episodi che hanno stregato il Regno Unito. Passando per fortuna prima dai libri.

Colin Dexter, Il gioiello che era nostro, Sellerio, 392 pagg., 14 euro.

 

Corrado Ori Tanzi

https://8thofmay.wordpress.com



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