Cesare G. Romana

Cesare G. Romana Quanta strada nei miei sandali. in viaggio con paolo conte


Arcana songbook 2006 Musica

di Simone Broglia
I cantautori sono come le loro canzoni, alcuni si lasciano raccontare più di altri. Sarà proprio per questo motivo che negli anni abbiamo assistito allo sbocciare continuo di tesi e testi su De Andrè, su Gaber, su Guccini, ma non su Conte.
L’avvocato astigiano è sempre stato lasciato in disparte nel mondo dei libri musicali; sì, è uscita una raccolta dei suoi testi introdotti da Doriana Fournier, ricercatrice francese che ha studiato la sua scrittura in occasione del premio Montale, sono usciti due testi per Bastogi, è uscito quello di De Angelis (“Conte-60 anni da poeta” Franco Muzzio Editore). Ma non studi che prendano in esame a livello musicologico o narratologico le sue canzoni.
Non lo fa neanche il testo di Cesare G. Romana e credo sia significativo e possa stare a testimoniare il culmine artistico raggiunto da Conte con la maturazione della carriera, con il suo modo di scrivere (musica e parole) e di interpretare il testo. Sono brani, album, performances che bastano a sè stesse, che lasciano l’ascoltatore avvolto dal suono e dalla percezione estetica senza rendere necessario un concetto a posteriori che le spieghi. Proprio per questo io stimo e apprezzo chiunque tenti di avvicinarsi all’universo della canzone contiana, anche solo dalla parte emotiva perché prova a mettere bianco su nero un flusso di pensieri che percorre la mente.
Prendiamo ad esempio uno dei topos contiani: il Novecento. Per i tre cantautori sopracitati il Novecento è quello dell’attualità politica della “Domenica delle salme”, del brutto “uomo nuovo” gaberiano oppure quello in cui rivedere le “radici” guccianiane. Forse quest’ultimo è il più vicino a quello contiano, anche se il cantautore emiliano lo porta a sfociare nell’esistenzialismo della bambina portoghese ed in un senso della storia benjaminiano. Nessuno comunque, a parte l’avvocato, avrebbe mai parlato del Novecento rendendolo intriso di senso poetico tramite delle piccole cose quali le ceramiche Lenci, Pappagone, il cavallo Ribot oppure dicendo che vorrebbe passare alla storia come il migliore suonatore di kazoo mai esistito. Penso sia sensazionale e proprio per questo intrattabile.
Cesare Romana procede diacronicamente, album per album, esaminando per quanto possibile le sfaccettature nelle figure e nei volti che Conte porta alla luce. Pone lo sguardo più di altri testi anche sull’aspetto musicale sottolineando i mutamenti estetici e l’intervento di nuovi strumenti che l’avvocato ha deciso nella sua carriera di utilizzare. Una lettura scorrevole e coinvolgente, affascinante credo anche per chi non conosce a fondo il personaggio e che termina lasciando un quadro più emotivo e passionale della carriera artistica di Conte che biografico o estetico.