Carlo Sgorlon

Carlo Sgorlon La conchiglia di anataj


Mondadori , € 7,40

di Simona
Il titolo di questo romanzo evoca un sapore antico come una favola, e proprio con i toni della favola La conchiglia di Anataj narra di quella ricerca di significato dell’esistenza che assume toni sempre diversi per ciascuno, ma sempre uguali a se stessi.

La storia è quella di un gruppetto di friulani, emigrati in cerca di lavoro e di fortuna che, quasi per caso, arrivano a lavorare in Siberia. Devono costruire la ferrovia, la transiberiana, appunto, che collegherà Mosca all’oceano. Talvolta il gruppo di “senza patria” si sentirà partecipe del grande significato di quella storica impresa, ma più spesso sarà il senso di smarrimento della loro condizione a prendere il sopravvento. Tuttavia sarà proprio il lavoro, il semplice duro lavoro dei corpi a diventare ben presto il solo modo di dare significato alle loro vite, sospese nell’attesa della fine e del ritorno in patria. Lavorare tenacemente perseguendo un obiettivo (la costruzione della ferrovia) diventa lo strumento cui aggrapparsi per non lasciarsi cadere nel vuoto del nonsenso.

Accanto al protagonista e voce narrante, Valeriano, troviamo un insieme di personaggi ben delineati. Tra i compagni friulani spicca Marco, il più piccolo, irruento e solare nella sua giovane smania di vedere, capire, fare. Tra gli altri ve ne sono alcuni su cui pesa la tristezza della lontananza, o la rabbia per un destino di fatica, o il timore di non riuscire a tornare. Invece Valeriano, singolarmente tranquillo ed equilibrato, non ha più nessuno a cui tornare, in Friuli. Inoltre ha già subito pesanti distacchi e sradicamenti. “Mi sentivo ridiventato il senzapatria, l’uomo dalla terra perduta, che vagava a casaccio sotto cieli stranieri. La mia vita era un viaggio che ricominciava sempre daccapo”. La sua consapevolezza è maggiore di quella dei compagni, per questo diventa per loro un punto di riferimento e lui stesso decide che il proprio scopo, la propria “missione”, come la chiama., sarà quella di custodirli fino alla fine della costruzione della ferrovia, e fare in modo che tutti possano tornare vivi e sani in patria. Nel corso degli anni che passa in Siberia il gruppo di emigranti si inserisce nella vita del villaggio tra i cui abitanti, anch’essi ben caratterizzati, ci sono Katia, insaziabile e possessiva, Falaley, il ragazzino cieco, Ajdym, una chirghisa anch’essa sradicata che trova uno scopo nell’alleviare la solitudine di quegli uomini lontani da casa. C’è poi Anataj, vecchio senza tempo, forte e saggio, dal passato quasi leggendario di fuorilegge a cavallo nella steppa, che a tutti i cavalli da lui posseduti dà sempre lo stesso nome, Kadbar. E proprio Anataj possiede un oggetto particolarmente strano da vedere ai margini della taiga, una conchiglia che “ha una storia”, perché è passata da innumerevoli mani prima di giungere fino a lui, ma solo il suo primo proprietario ha visto il mare. La conchiglia, accostata all’orecchio, ha la proprietà di far ascoltare il fluire della vita, ed essa assumerà per Valeriano la valenza simbolica della consapevolezza del proprio destino.

“…la Russia possedeva e generava misteriosi richiami, come l’eco di una nenia cantata dai battellieri sulla riva di un fiume, o quello di una conchiglia raccolta sulla riva di un oceano. La parte di individuo perduto e disperso mi si adattava.”

Nella lontananza e nel ricordo la vita continua, pronta a riprendere da dove era stata interrotta ma anche capace di ricominciare da zero. Alla fine ci sarà l’agognato ritorno per alcuni ma, inevitabilmente, la Siberia avrà segnato ciascuno di loro: talvolta, come per Marco, in modo traumatico. Del resto gli spazi immensi e gelidi della steppa portano a meditare rinnovamenti e, se il libro si chiude con l’anticipazione dei tempi nuovi che daranno vita alla rivoluzione, il rinnovamento è anche quello individuale di Valeriano, ormai pronto ad accettare il proprio destino di “senza patria”.

“Mi pareva, decidendo di restare, di aver fatto una vera scoperta su me stesso. Avevo scoperto che appartenevo alla razza di coloro che non ritornano. La cosa strana di cui ero in attesa, la terra felice e senza difetto non poteva trovarsi che dentro la spirale di una conchiglia. Ma anche se ne ero perfettamente convinto, il mio sentimento di attesa tuttavia continuava. …Che succederà? Che ci prepara l’avvenire? Non lo so. Ci penso raramente. Ciò che è lontano da qui, per forza di cose, per l’immensa vastità e le solitudini della taiga, finisce per vestire i panni del racconto e della leggenda.”