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Carlo Boccadoro

Analfabeti sonori. Musica e presente.

Carlo Boccadoro


Einaudi, 2019

di Franco Bergoglio
La rivoluzione web-social ha investito la società rovesciando modi di pensare, praticare e fruire le arti. Carlo Boccadoro si immerge in questo nodo gordiano partendo dalla propria esperienza di compositore e da una conoscenza di prima mano dell’ambiente che ruota attorno ai soprintendenti dei vari Enti, ai direttori d’orchestra, ai suoi colleghi compositori, ai musicisti che devono interpretare le partiture, fino ai giornali e ai circoli culturali che determinano l’interesse (o il disinteresse) verso le nuove proposte e, buon ultimo, il pubblico, entità spesso analizzata come un corpaccione astratto, oggi spesso trattato come un bambino da accompagnare su terreni facili per ottenere la massima soddisfazione dalla biglietteria. In questo panorama confuso la musica contemporanea vivacchia tra festival-orticelli dove «si predica ai convertiti». Organizzatori e interpreti non brillano per coraggio nel programmare i compositori contemporanei, ma il tema di dover proporre al pubblico partiture nuove –magari contestate al momento e poi promosse a classici- è un evergreen, come mostra l’esempio del Mandarino meraviglioso (1924) di Béla Bartók, rifiutato dal pubblico alle prime rappresentazioni e ora accettato senza traumi. Se sovrintendenti e direttori artistici si dimostrano attenti al botteghino più che alla proposta culturale -spiega Boccadoro- anche direttori d’orchestra e musicisti corrono il rischio di adagiarsi sul sicuro. «Se musicisti come il direttore Paul Sacher o il violoncellista Mstislav Rostropovič avessero ragionato cinquant’anni fa come molti solisti di oggi, una grossa fetta del repertorio moderno presente in sala da concerto non esisterebbe, dal momento che questi artisti hanno commissionato decine di lavori nuovi a Igor Stravinskij, Béla Bartók, Arthur Honegger, Sergej Prokof’ev, Dmitrij Shostakovič, Richard Strauss, Francis Poulenc, Benjamin Britten, arrivando sino a Luciano Berio, Pierre Boulez, Henri Dutilleux e molti altri ancora». (p.16)

Il libro sfata con leggerezza alcuni miti marmorei: che semplicità significhi banalità, citando come prova a discarico una serie di nomi che coprono dal blues di Son House a Chet Baker, dai canti dei pescatori siciliani a Bob Dylan. Stesso discorso vale per la complessità tecnica che allontanerebbe il pubblico: un falso problema come dimostrano i lavori di Stravinskji o –per citare un lavoro meno noto- la straniante ma intrigante Sing sing: J. Edgar Hoover di Michael Daugherty che mescola un quartetto d’archi con le inquietanti dichiarazioni del capo dell’FBI. Anche le coppie stereotipate consonante=bello, dissonante=brutto franano al cospetto di  Art Ensemble of Chicago, Ornette Coleman, cecil Taylor e molti altri: artisti difficili, eppure amati dal grande pubblico.

 Da un lato la possibilità aperta da internet di rimescolare in tempo reale musiche di ogni tempo e luogo apre inedite possibilità nel comporre musiche nuove ed eccitanti, dall’altro il consumo sui social abbassa la soglia di attenzione dell’ascoltatore, ne riduce la capacità di lettura del brano musicale, distorce il contesto storico dell’opera e alla fine del percorso rischia di trasformarci in veri analfabeti sonori di fronte a un mare ricchissimo di musica. Le possibilità sono immense, ma in mano rimane poco. La massima accessibilità, teorica, porta a una esperienza estetica che viene esperita in una maniera che ne riduce giorno dopo giorno il valore. Come possedere un capitale enorme chiuso in una cassaforte di cui abbiamo smarrito la combinazione. (Almeno per me, che non sono addicted to technology). La ricetta proposta da Boccadoro prevede tempo e attenzione, uniche armi per difendere il lavoro di musicisti e compositori dal rischio di diventare soltanto «oggetti condivisibili». Assai godibile è l’analisi delle playlist che si trovano in rete. Boccadoro si concentra in particolare sulle playlist di Spotify, dove si trovano musica classica per leggere, rilassarsi, per lavorare…e altre, tutte accomunate dall’assenza di stimoli e dalla brevità dei brani, in una accozzaglia senza senso. «Tutto scorre via in un anonimato di fondo deliberatamente e meticolosamente organizzato: in questo contesto l’unica ragion d’essere della musica è, paradossalmente, quella di non esserci. Essa viene tollerata solamente in quanto non dà fastidio, non si impone agli altri pensieri che possono passarci per la testa, non cerca di procurarsi un’identità forte che possa anche porre delle questioni importanti o impegnative che richiedano la nostra partecipazione attiva». (pp. 74-75). Aggiungo un consiglio a margine di queste ultime considerazioni di Boccadoro: provate a cercare le playlist dei Beatles per verificare quanto queste analisi sulla musica contemporanea siano allargabili a tutti i generi musicali. Anche i quattro di Liverpool vengono tritati come macchine da single e con predilezione per le canzoni del periodo “love-nel-titolo”, mentre si perde completamente la varietà e articolazione del loro lavoro più maturo.

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