Bruno Tacconi

Bruno Tacconi L’uomo di babele


Mondadori-De Agostini, 1990, £ 11.000

di Simona
L’uomo di Babele citato nel titolo non e' altri che il famoso re Hammurabi, il re mesopotamico legiferatore, padre del famoso Codice vigente nella città della legge del taglione e della scrittura cuneiforme. Tuttavia non è lui il protagonista di questo che è un libro forse come non se ne fanno più, con un gusto autentico del narrare sorretto da una minuziosa ricerca storica.

Si tratta di una autentica avventura con tanti personaggi e tante vicende ambientata nella più remota antichità, descritta con competenza e curiosità. Il protagonista è Sansos, medico e scriba, colto e curioso, che annota su rotoli di papiro le proprie impressioni di viaggio sugli usi e costumi dei popoli visitati. Egli proviene dall’Egitto, ma le sue origini sono incerte. Viaggia con il beduino Adapa, il servitore un po’ saggio e un po’ furfante che un tempo lo salvò da morte certa, e che detiene conti in sospeso con la giustizia in ogni città che ha attraversato. I due sono diretti a Babele, capitale del magnifico regno di Babilonia, la città dei giardini pensili e della Etemenanki, la Torre, la città chiamata dalle genti dei villaggi “Bab-ele”, Porta di Dio, città animata e ricca di scambi, circondata da una terra resa fertile dai canali di irrigazione voluti dal re. Proprio lungo il percorso verso Babele Sansos diverrà l’involontario custode di un segreto che dovrà rivelare solo al re Hammurabi in persona. Così egli verrà suo malgrado coinvolto e attirato in torbidi intrighi di corte tra sacerdoti, nobili corrotti, prostitute sacre dedite al culto della dea Ishtar e spie in una continua altalena di fortune e miserie, fino a che Sansos riuscirà a giungere al cospetto del grande re Hammurabi. L’uomo di Babele, figura di sfondo del libro ma sempre presente, di cui Sansos conoscerà da una parte l’indubbia grandezza e, dall’altra, anche le debolezze. Tuttavia la vicinanza con il re non porrà il medico-scriba al riparo da altre disavventure perché egli, legato alle sorti di Adapa e della schiava Fara, dovrà affrontare altri intrighi dai quali sfuggirà proprio grazie all’astuzia del beduino. Giunge così il momento di lasciare Babele, terra di opportunità e pericoli, e Sansos riuscirà a mettersi in salvo fuori delle mura della città, giusto in tempo prima dell’eclissi di sole, che si verificherà puntualmente com’era stato predetto portando con sé eventi catastrofici, preparatori di un finale inaspettatamente drammatico come nessuna altra pagina del libro.

L’autore è abilissimo nella ricostruzione di personaggi e fatti del lontano passato, e a noi sembra di percorrere con il medico Sansos le stradine della città, come lui affascinati dai rumori dei mestieri, dagli odori penetranti delle spezie così come dai colori vivaci delle stoffe. Questa è una Babilonia viva e reale, brulicante di schiavi e di gente operosa. Il racconto scivola via disteso e spesso divertente, grazie soprattutto a dialoghi che potrebbero risultare eccessivamente attuali ma che, forse, costituiscono proprio la chiave della piacevolezza del racconto, ambientato sì nell’antichità ma con una attitudine modernissima e attuale.

“-Ho avuto cieca fiducia nel mio servo. Mi aveva detto che prima della bufera mi avrebbe messo al sicuro in un villaggio o in una città, e così è stato.- Sanherim vagò con lo sguardo lungo la parete di fonte e lo fermò sulla porta mossa dal vento. A rendere ancor più sprezzante il commento del vecchio sul beduino, con gli spifferi entrò puntuale la sua voce: -Per le chiappe tonde della dea Inanna-Ishtar! Cammina, somaro della malora! Sei più falso di un sacerdote.- -I gutei sono cani del deserto – disse rudemente il vegliardo. -Non devi quindi fidarti troppo del servo. E’ gente che si ciba di carne cruda e che non dà sepoltura ai morti…”