Borìs Pasternàk Il dottor Živago
Feltrinelli, € 8
di Simona
Un titolo notissimo, la percezione ormai sbiadita di una cosa come l’Unione Sovietica fonte di abiezione e, soprattutto, il viso e gli occhi magnetici di Omar Sharif: questo è, per molti, il romanzo di Pasternàk. Ma c’è molto altro in questo, che è il racconto della generazione a cui è toccato aspirare, vivere e sopravvivere alla Rivoluzione del 1917.
“Quel mondo di ignominia e di falsità, dove una signorotta ben pasciuta osava guardare in quel modo quei poveri tonti che lavoravano, e dove un alcolizzato vittima di quei sistemi provava gusto a perseguitare i suoi compagni di sventura, quel mondo gli era adesso più odioso che mai. Camminava rapidamente, come se quell’andare in fretta avesse potuto avvicinare il momento in cui tutto sulla terra sarebbe stato ragionevole e armonioso, quale ora si figurava nell’immaginazione. Sapeva che i loro propositi degli ultimi giorni, i disordini sulla linea, i discorsi nei comizi e la loro decisione di scioperare...tutto era parte di quel grande cammino che dovevano ancora percorrere.”
E viene da pensare che forse gli scrittori russi, solo perché russi, siano grandi scrittori. C’è tutto in questo libro eppure la narrazione risulta equilibrata e colma di stile. C’è la storia d’amore fra Lara e Živago. Lui colto borghese, medico e poeta; al tempo stesso insicuro, indeciso eppure brillante e passionale, persino eccessivo nelle proprie lacrime d’amore. C’è Lara: piena di vita, conturbante eppure anche onesta e leale, energica e pratica. Ci sono poi la follia del totalitarismo come perdita di valore dell’individuo, grandi aspirazioni e grandi principi che animano rivolgimenti, esperimenti e infine tragedie tali da generare uomini un poco folli, in bilico fra genio e pazzia.
“…la guerra è stata una tormenta purificatrice, un soffio d’aria fresca, un alito di salvezza. Io credo che la collettivizzazione sia stato un fallimento, e che l’errore non si poteva riconoscere. Per nascondere il fallimento bisognava con tutti i mezzi dell’intimidazione far in modo che la gente disimparasse a giudicare e a pensare, costringendola a vedere ciò che non esisteva e dimostrare il contrario dell’esperienza. … E, quando scoppiò la guerra, i suoi orrori reali, il pericolo reale e la minaccia di una morte reale furono un bene rispetto al dominio disumano dell’astrazione, e portarono un sollievo, ponendo un limite alla magica potenza della lettera morta. …Tutti, all’interno e al fronte, respirarono più liberamente, a pieni polmoni, gettandosi come inebriati, con un senso di vera felicità, nel crogiuolo della lotta tremenda, mortale e salvatrice. La guerra è stato un anello particolare nella catena dei decenni della rivoluzione.… E hanno cominciato a farsi sentire i risultati indiretti: … la tempra dei caratteri provata nelle avversità, la semplicità dei costumi, l’eroismo, la disposizione a cose grandi, disperate, senza l’uguale. Sono qualità mitiche che riempiono di meraviglia e costituiscono il colorito morale della nuova generazione.”
C’è anche l’inspiegabile dolcezza di Tania, la lavandaia, gioiosa sintesi di due nature nervose e intelligenti, in bilico fra ragione e passione, sballottate dal turbinio di una Storia poderosa alla quale si deve pagare un tributo davvero grande. E allora, che manca poi in questo romanzo russo del novecento? Nulla manca perché, ancora, ci sono Mosca, la Siberia che scorre dal treno, la neve, i lupi, la steppa, la Russia.
“Una sera autunnale nel cortile. L’aria è un contrappunto di suoni. Le voci dei bambini che giocano sono sparpagliate in luoghi a diversa distanza, come a indicare che tutto lo spazio è intriso di vita. Quello spazio è la Russia, la sua incomparabile, celebre madre, il cui nome è risuonato oltre i mari, martire testarda, stravagante, folle, adorata, dalle uscite sempre grandiose e fatali e sempre imprevedibili. Com’è dolce essere al mondo e amare la vita! Si vorrebbe dire grazie alla vita per quello che è, dirglielo direttamente! Ecco, questo è Lara. Con queste cose non è possibile comunicare ma lei è il loro simbolo, la loro espressione, il dono dell’udito e della parola dato agli elementi muti dell’esistenza.”
“Quel mondo di ignominia e di falsità, dove una signorotta ben pasciuta osava guardare in quel modo quei poveri tonti che lavoravano, e dove un alcolizzato vittima di quei sistemi provava gusto a perseguitare i suoi compagni di sventura, quel mondo gli era adesso più odioso che mai. Camminava rapidamente, come se quell’andare in fretta avesse potuto avvicinare il momento in cui tutto sulla terra sarebbe stato ragionevole e armonioso, quale ora si figurava nell’immaginazione. Sapeva che i loro propositi degli ultimi giorni, i disordini sulla linea, i discorsi nei comizi e la loro decisione di scioperare...tutto era parte di quel grande cammino che dovevano ancora percorrere.”
E viene da pensare che forse gli scrittori russi, solo perché russi, siano grandi scrittori. C’è tutto in questo libro eppure la narrazione risulta equilibrata e colma di stile. C’è la storia d’amore fra Lara e Živago. Lui colto borghese, medico e poeta; al tempo stesso insicuro, indeciso eppure brillante e passionale, persino eccessivo nelle proprie lacrime d’amore. C’è Lara: piena di vita, conturbante eppure anche onesta e leale, energica e pratica. Ci sono poi la follia del totalitarismo come perdita di valore dell’individuo, grandi aspirazioni e grandi principi che animano rivolgimenti, esperimenti e infine tragedie tali da generare uomini un poco folli, in bilico fra genio e pazzia.
“…la guerra è stata una tormenta purificatrice, un soffio d’aria fresca, un alito di salvezza. Io credo che la collettivizzazione sia stato un fallimento, e che l’errore non si poteva riconoscere. Per nascondere il fallimento bisognava con tutti i mezzi dell’intimidazione far in modo che la gente disimparasse a giudicare e a pensare, costringendola a vedere ciò che non esisteva e dimostrare il contrario dell’esperienza. … E, quando scoppiò la guerra, i suoi orrori reali, il pericolo reale e la minaccia di una morte reale furono un bene rispetto al dominio disumano dell’astrazione, e portarono un sollievo, ponendo un limite alla magica potenza della lettera morta. …Tutti, all’interno e al fronte, respirarono più liberamente, a pieni polmoni, gettandosi come inebriati, con un senso di vera felicità, nel crogiuolo della lotta tremenda, mortale e salvatrice. La guerra è stato un anello particolare nella catena dei decenni della rivoluzione.… E hanno cominciato a farsi sentire i risultati indiretti: … la tempra dei caratteri provata nelle avversità, la semplicità dei costumi, l’eroismo, la disposizione a cose grandi, disperate, senza l’uguale. Sono qualità mitiche che riempiono di meraviglia e costituiscono il colorito morale della nuova generazione.”
C’è anche l’inspiegabile dolcezza di Tania, la lavandaia, gioiosa sintesi di due nature nervose e intelligenti, in bilico fra ragione e passione, sballottate dal turbinio di una Storia poderosa alla quale si deve pagare un tributo davvero grande. E allora, che manca poi in questo romanzo russo del novecento? Nulla manca perché, ancora, ci sono Mosca, la Siberia che scorre dal treno, la neve, i lupi, la steppa, la Russia.
“Una sera autunnale nel cortile. L’aria è un contrappunto di suoni. Le voci dei bambini che giocano sono sparpagliate in luoghi a diversa distanza, come a indicare che tutto lo spazio è intriso di vita. Quello spazio è la Russia, la sua incomparabile, celebre madre, il cui nome è risuonato oltre i mari, martire testarda, stravagante, folle, adorata, dalle uscite sempre grandiose e fatali e sempre imprevedibili. Com’è dolce essere al mondo e amare la vita! Si vorrebbe dire grazie alla vita per quello che è, dirglielo direttamente! Ecco, questo è Lara. Con queste cose non è possibile comunicare ma lei è il loro simbolo, la loro espressione, il dono dell’udito e della parola dato agli elementi muti dell’esistenza.”