Besnik Mustafaj

Besnik Mustafaj Nel nome della madre e del figlio


Castelvecchi Editore, 2025, traduzione dall’albanese di Caterina Zuccaro, 282 pp., euro 22 Narrativa Straniera | Romanzo

01/04/2026 di Eliana Barlocco

Non è un compito semplice raccontare la storia della propria madre, eppure Besnik Mustafaj riesce a svolgere la missione in maniera leggiadra. Nel suo romanzo Nel nome della madre e del figlio, edito da Castelvecchi nella traduzione dall’albanese di Caterina Zuccaro, ripercorre gli eventi che per una vita hanno scandito il sentire della madre e, per buona parte, del popolo albanese. Ambientato nell’Albania della fine degli anni ’50, durante il regime di Enver Hoxha, la storia ha un incipit semplice: una giovane moglie e madre, nota per la sua maestria nel confezionare opinghe (calzature tradizionali), viene convocata nella sede del partito per svolgere un compito particolare. La missione affidatale è segretissima e la giovane, del tutto ignara di cosa sia la politica e soprattutto incapace di seguirne il ritmo “danzando”, si ritrova vittima di dubbi, perplessità, paure che condizioneranno lei e i suoi affetti più intimi per tutta la vita.

Besnik, divenuto poi scrittore, viene investito dell’arduo compito di dipanare il groviglio di sentimenti che sua madre ha portato nell’animo (“È una storia che lei si è tenuta dentro come un tumore...per trent’anni”). Ci addentriamo nei pensieri di questa donna, nella sua paura di non riuscire nell’intento di soddisfare il desiderio del partito; percepiamo la voglia di rivalsa sociale mista all’ansia di non essere all’altezza dell’impegno preso dinanzi ai ‘compagni’; assistiamo al timore di saper segreti inconfessabili unita all’angoscia di usare parole non appropriate con conseguenze nefaste, perché: “...quella piccola e orrenda lepre della paura, che Stalin ha cacciato anche nella tua pancia” rosicchia, morde e tormenta l’animo di chi deve, nolente o volente, convivere con un regime totalitario.

Leggendo il romanzo ci viene quasi da sorridere dinanzi all’assurdità della vicenda, eppure proprio nella dissonanza del fatto sta la chiave per capire la storia di un Paese raccontata nel momento di rottura tra l’Unione Sovietica di Krusciov e il regime di Enver Hoxha, che resterà invece legato al culto di Stalin. I fili arruffati dell’animo di una donna, ma soprattuto di una madre, vengono spianati e sottratti a quella “lepre della paura” dall’unica persona al mondo in grado di farlo, il figlio: “Stava arrivando il mio turno di generare lei, che un tempo mi aveva partorito dal suo ventre, tra grandi sofferenze.”