Bernard-henri Lévy

Bernard-henri Lévy American vertigo


Milano, Rizzoli 2007 - pp. 406, € 19.00 Letteratura | Viaggi

di Luca Meneghel
Bernard-Henri Lévy, uno dei più celebri intellettuali e filosofi francesi, venne invitato dalla prestigiosa rivista «Atlantic Monthly» a passare un anno in America, rigorosamente on the road (Kerouac insegna), percorrendola in lungo e in largo sulle tracce dell’illustre connazionale Alexis de Tocqueville che, nel 1831, fece un viaggio nel Nuovo Mondo che dalle carceri (l’originario motivo della visita) si estese all’analisi delle città, delle menti e del sistema americano. Lévy accettò, trascorrendo così negli States tutto il 2005 e scrivendo reportages per la rivista: “American Vertigo” è la raccolta in volume di quelle corrispondenze, pubblicata in Italia da Rizzoli con un certo ritardo rispetto a Francia e Stati Uniti. Un francese in America, per raccontare l’America con gli occhi di un europeo. Dai tempi di Tocqueville sono trascorsi quasi due secoli, ma l’operazione mantiene tutto il suo interesse proprio in un periodo nel quale l’Atlantico sembra più largo (in seguito alla guerra in Iraq): intervistato da «Vanity Fair», il filosofo descrive la propria opera come “saggio, romanzo, filosofia, reportage: qui c’è tutto”. L’occhio razionale di Lévy è dunque quello del filosofo che vuole distruggere i pregiudizi: quelli di coloro che vedono nell’America di oggi, o per esempio nei Neo-Con, l’origine di tutto il male del mondo. La struttura del libro è abbastanza semplice: gran parte dell’opera è dedicata ai luoghi (le grandi città come New York e San Francisco, così come l’affascinante sud e l’immenso entroterra americano), ai volti (quelli della gente comune, quelli delle star come Sharon Stone o Woody Allen, quelli dei Neo-Con e di intellettuali come l’Huntington dello scontro di civiltà, quelli dei candidati democratici Hillary Cinton e Barack Obama), alle carceri infernali non tanto per il trattamento quanto per le categorie dei pregiudicati reclusi (Lévy al termine del suo viaggio, quasi a sorpresa, riuscirà a mettere piede anche a Guantanamo), alla moltitudine delle chiese e delle confessioni, alle idee e alle manie americane, mentre in chiusura un lungo epilogo cerca di tirare le fila del discorso trattando argomenti spinosi come la lotta al terrorismo. L’immagine dell’America lasciataci dal filosofo è davvero quella di una “vertigo”, di una vertigine: gli Stati Uniti sono l’immensa distesa delle contraddizioni, dei ricchissimi e dei poverissimi, di esseri abietti e di personaggi magnifici, di un passato che non c’è (e spesso viene inventato) e di un presente talvolta ridicolmente museificato (su tutti, merita una menzione l’aneddoto dei panini destinati al candidato presidenziale Kerry incelofanati da un albergo come fosse un reperto di storia contemporanea), di un amore sconfinato per la propria patria (Lévy è colpito in partenza dal proliferare di stars and stripes, ovunque) e di feroci contestazioni alla leadership dell’attuale presidente. L’America di Lévy, in ultima analisi, è anche una grande democrazia della quale l’Europa non può fare a meno, con tutti i suoi insondabili difetti: davvero ingiustificato, e questo il filosofo lo sottolinea con chiarezza, è il pregiudizio antiamericano che accarezza l’Europa dalla Francia, all’Italia, alla Spagna e via dicendo. “American Vertigo” si presenta come un libro per capire una realtà composita e assolutamente complessa: l’impresa è forse troppo audace perfino per il fondatore dei “nuovi filosofi”, al quale avanzerei la critica di una eccessiva frammentarietà del racconto che la suddivisione in capitoli geografico-tematici poco contribuisce ad eliminare. Il rischio, insomma, è quello di perdersi e di ritrovarsi nell’epilogo a non ricordare l’aneddoto al quale Lévy fa riferimento: ma anche questo, in fondo, ci sta e fa parte della grande, paurosa e affascinante vertigine a stelle e strisce.