Arthur Phillips

Arthur Phillips Praga


Milano, Rizzoli 2005 - Pagine 517, € 18.50 Narrativa Straniera

di Luca Meneghel
Se andate a Budapest e vi sedete al caffè Gerbeaud, il più rinomato della perla del Danubio, scoprirete un luogo affascinante, affollato ma tranquillo, fatto di interni riccamente decorati e di un servizio impeccabile garantito da belle e giovani cameriere, strette in uniformi caratteristiche, intente a servire buoni caffè e meravigliose fette di torta al cioccolato, riccamente decorate, un investimento per il palato considerato l’ottimo rapporto qualità prezzo.
Nel tardo pomeriggio di un venerdì del 1990, quando prendono il via le vicende di “Praga”, il caffè Gerbeaud era invece un po’ diverso, come del resto tutta Budapest: era una città che usciva dalla sanguinosa dittatura comunista e, crollato il muro di Berlino, guardava al futuro ancora sperduta, come quando vi svegliate dopo una notte di brutti sogni e ci mettete un po’ a riconquistare la cognizione dello spazio e del tempo. Dice bene Nàdja, una vecchia jazzista che suona al Blue Note, descrivendo così la situazione di Budapest in quei terribili anni appena trascorsi: “Abbiamo la sventurata abitudine di capitare dalla parte sbagliata delle guerre mondiali, non credete? E poi di essere invasi dai nostri amici russi per scontare i nostri peccati”. La storia dell’Ungheria nel novecento è davvero terribile: se volete farvene un’idea andate a visitare il “Terror Hàza” (Andràssy ùt 60), il nuovo museo del terrore allestito nella capitale ungherese, lasciando preferibilmente a casa i bambini. È in questo contesto di incertezza, speranza e rinascita che Arthur Phillips mette in scena le vicende del suo romanzo d’esordio (anche se in Italia è uscito prima, sempre per Rizzoli, la sua seconda opera, “L’Archeologo”, anch’essa recensita da Mescalina), intitolato “Praga” nonostante sia completamente ambientato a Budapest (il perché lo lascio scoprire al lettore).
Il promettente autore di Minneapolis, che ha vissuto anche nella capitale ungherese, dà corpo alle vicende di cinque giovani americani richiamati a Budapest dall’aria colma di prospettive che solo una città uscita dal comunismo e lanciata verso il capitalismo sa offrire: Charles Gàbor, americano di origini ungheresi, è un giovane ambizioso a caccia di nuovi mercati e di nuove prospettive di guadagno; Emily Oliver è una ragazza ingenua che lavora all’ambasciata americana di Budapest; Mark Payton è uno studioso canadese che studia i molteplici aspetti della malinconia; Scott Price è un emigrato insofferente nei confronti del fratello, John Price, giornalista per il nuovo “BudapesToday” poco incline all’etica professionale. Di fianco ai cinque personaggi che aprono il libro seduti ad un tavolo del Gerbeaud, tutti presi dal gioco della verità, ci sta poi un ventaglio di personaggio secondari (ma non troppo), i quali rispecchiano ancor meglio le capacità inventive di Phillips: spicca su tutti Imre Horvàth, ultimo discendente della famiglia Horvàth, proprietaria da decenni dell’omonima casa editrice le cui vicende storiche sono narrate magistralmente nella seconda parte del libro, forse la migliore in assoluto, che passa in rassegna anche la storia novecentesca dell’Ungheria. Indimenticabile, poi, è Nàdja, pianista Jazz che diventa ben presto amica di John Price e sta sempre in bilico tra la verità e la menzogna, affascinando con racconti di gioventù spesso al limite del verosimile.
Se ai blocchi di partenza i cinque personaggi principali stanno sullo stesso piano, il dipanarsi delle vicende porta assolutamente in primo piano Charles Gàbor e John Price, attorno ai quali ruotano i già citati editore e pianista jazz, Emily Oliver (della quale John si innamora e ben presto diventa narratologicamente subordinata al suo punto di vista) e Nicky, ben tratteggiata artista ungherese con la quale il giornalista ha una “storia”.
La tecnica narrativa di Phillips ricorda molto quella del collega inglese Jonathan Coe: mette sul palcoscenico dei personaggi e li fa scontrare, li intreccia, li avvicina e li allontana, lasciando trapelare un gusto per il racconto che emerge anche in vistosi flashback.
Non sempre “Praga” riesce a tenere incollati con un intreccio perfetto, magistrale in questo senso sarà la seconda opera dell’autore “L’Archeologo”: detto questo, lo scrittore americano ha dato comunque vita ad un opera notevole in cui riesce a far convivere personaggi spesso riuscitissimi (John, Charles, Nàdya, Imre, Mark) sullo sfondo meraviglioso di una città affascinante che sta alzando la testa verso il futuro. Un’opera d’esordio complessa, studiata, tutto sommato ben riuscita che già mette in luce le capacità di un autore che è esploso in tutto il mondo con il secondo romanzo.


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