Artem Chapeye La gente normale non va in giro armata
Altrecose, 2026, Trad. Alessandro Achilli, 132 pagine, 17,50 euro Saggi | Società
22/06/2026 di Silvano Rubino
Artem Chapeye sono io. Forse un io di qualche anno fa, visto che lui ha quasi dieci anni meno di me. Quarantenne, intellettuale (absit iniuria verbis) - lui più di me, intendiamoci - una famiglia, un progetto di vita, impegno politico sempre e comunque, di sinistra. Pacifismo valoriale, nel senso di essere cresciuti con il mito della pace, con l'illusione, condivisa dalla generazione post bellica, che la guerra, le invasioni, i bombardamenti sui civili non fossero una cosa che riguardava più l'Europa. Che la pace fosse il nostro destino comune. Un giorno, però, quello che gli ucraini chiamano il 24 senza aggiungere altro, dando per scontato che tutti sappiano che è il 24 febbraio 2022, giorno dell'aggressione russa all'Ucraina, si è trovato con le bombe sulla testa, i carri armati russi in avanzata verso la sua Kyiv, la scelta inevitabile della fuga rocambolesca dalla capitale con la famiglia. E poi, in una tappa del viaggio, una cosa inaspettata: Artem che va all'ufficio arruolamento, si mette in coda e sceglie di entrare volontario nell'esercito.
Artem sono io sino a un momento prima di quel mettersi in coda. Dopodiché, non lo so. Nessuno può saperlo. Perché nessuno può sapere - può raccontarsela ma non può saperlo DAVVERO - che scelta farai di fronte all'invasione del tuo Paese, alla messa in discussione di tutti i valori nei quali hai creduto e grazie ai quali ti sei formato come persona, che cosa sceglierai tra difendere la libertà di tutti o tutelare la tua vita e quella della tua famiglia. Come Artem, mi sono domandato un sacco di volte cosa avrei fatto se fossi stato nell'Italia o nella Francia occupata dai nazifascisti, o un algerino in lotta per l'indipendenza, uno spagnolo durante la guerra civile… Sarei stato Beppe Fenoglio nelle Langhe partigiane? O Cesare Pavese nella Casa in collina?
Non lo so. So che, leggendo La gente normale non va in giro armata, ho empatizzato profondamente con Artem e con quello che lo ha spinto, in maniera forse più emotiva che razionale, a imbracciare un'arma (cosa che mai né lui, né io, avremmo pensato di fare). La chiama "vergogna spagnola", quella per cui ti vergogni profondamente del comportamento di qualcun altro. A un certo momento, durante la fuga da Kyiv, si vergogna per il comportamento di un imboscato, il figlio di un contadino, il quale, invece, nonostante l'età e la totale lontananza da visioni politiche, va a difendere il suo Paese, come una cosa normale, dovuta.
"Avevo capito subito che, come sempre, le conseguenze sarebbero cadute sulle spalle della gente comune, di chi non aveva privilegi. Soprattutto le persone più povere che vivono in campagna o nei paesi: contadini, autisti di autobus, operai, guardie private, gente così. L'Ucraina profonda di cui ha sempre scritto. Rispetto a loro, la gente come me o come il figlio del contadino richiamato ha la fortuna di poter sparire, di poter aspettare il proprio turno a oltranza. A noi non ci trovano, a meno che non ci arruoliamo da volontari. Possiamo benissimo restarcene a combattere sul fronte delle notizie, sul fronte dell'economia, in tutti quei settori dove c'è più bisogno di noi e dove il nostro lavoro ha più valore (le solite frasi standard). Sì, avrei potuto benissimo continuare a scrivere, soprattutto post e articoli, come facevo prima dell'invasione delle Tenebre. Ma la vita, come al solito, ce la rimette la gente comune. Certo, è un ragionamento che faccio oggi a posteriori. Allora fu puramente vergogna spagnola, e bella forte."
È questo il filo rosso delle riflessioni di Chapeye in questo agile saggio, sincero, scritto con semplicità (che è cosa diversa dalla superficialità), con poca filosofia e tanta vita vissuta, poche certezze e molti dubbi, molti momenti di scoramento, di pianti dirotti, di nostalgia, di voglia di tornare indietro, di rancori confessati senza filtri. Il filo rosso sono le persone comuni, quelle che scelgono di combattere senza farsi troppe domande, perché è giusto così, è evidente, "cos'altro avrei dovuto fare?" (una delle frasi che pronuncia uno dei suoi commilitoni). È la gente semplice che fa le Resistenze. Ci ho ritrovato lo stesso spirito antiretorico, smitizzante, ruvido della Resistenza langarola raccontata da Fenoglio. Lo stesso sguardo dell'intellettuale che sceglie di non esserlo più, per un po', di immedesimarsi nella semplicità di una scelta che per le persone che non hanno studiato è più esistenziale che politica. Fenoglio raccontava di un popolo che quasi per istinto era antifascista e voleva scacciare i nazisti, gente che passava dalla zappa allo sten senza farsi troppe domande. Chapeye racconta dei trattoristi, degli operai delle fabbriche di olio di semi, di contadini, di tatuatori anarchici, di ucraini che erano andati a lavorare all'estero e sono tornati, che rimangono sotto le armi per anni e anni, che soffrono, vedono morire gli amici, assistono alle stragi di civili, apprendono delle torture dei prigionieri da parte dei russi. Eppure rimangono. Perché sentono che è giusto così.
Chapeye con queste persone sente una fratellanza profonda, che cresce proporzionalmente alla distanza che si spalanca con chi invece (e sono tantissimi) ha deciso di salvarsi la vita. Non li giudica. Li capisce. Ma se ne distanzia: anche molti dei suoi migliori amici diventano persone con cui fa fatica a passare del tempo, perché con loro qualunque conversazione suona falsa, perché a loro andrebbe semplicemente detto "guardate che se siete in un bar di Kyiv a bere una birra è grazie a noi che combattiamo".
Ed è la stessa distanza che percepisce spalancarsi nei confronti di molti dei suoi intellettuali di riferimento prima del 24, come Noam Chomsky. Chapeye ne aveva tradotto in ucraino La responsabilità degli intellettuali, e proprio per questo resta atterrito di fronte alle sue parole sull'invasione: il 2014 ridotto a un colpo di stato filoamericano, l'annessione della Crimea giustificata con la base navale russa. La guerra letta dall'alto, dallo scacchiere geopolitico, da un ufficio in Arizona, mentre a soffrirla sono i profughi, gli anziani, i bambini malati di cancro che saltano la chemio per scendere nei bunker. Da qui il suo rovesciamento: leggere la realtà attraverso costrutti teorici decisi a priori non è forse l'irresponsabilità degli intellettuali? Perché, scrive Chapeye, "dall'alto le cose le vedi solo a grandi linee, è da vicino che le capisci meglio." Lo dice con delusione, con dolore, lo stesso che ho provato io, tantissime volte, qua, in Italia, di fronte a prese di posizione incomprensibili, assurde, lontane dallo spirito di chi giustamente vede nella Resistenza e nei suoi valori le fondamenta del proprio pensiero:
"Fa ancora più specie vedere che c'è gente che manifesta apertamente contro gli aiuti all'Ucraina, tipo i tedeschi con "non è la nostra guerra". Sono quelle persone per cui provo quella vergogna spagnola di cui parlavo prima. No, non è la vostra guerra, ritenetevi fortunati che non siete stati voi a essere attaccati. Ma chiedere che non si aiuti la vittima di un crimine non è come darsela a gambe mentre i nazisti sterminano gli ebrei, i comunisti, i rom e i disabili? No, non siete quelli che commettono lo sterminio né quelli che ne sono vittime, ma abbiamo visto come il far finta di niente porti a genocidi e guerre mondiali, e a questo punto dovremmo aver imparato qualcosa."
Io non so cosa farei se l'Italia venisse invasa, davvero. Alla fine di questo libro è evidente che ti senti pronto a partire, perché l'autore è capace, con la sua sincerità disarmante, di farti sentire quanto la sua scelta non sia tanto giusta o sbagliata, ma inevitabile. Quello che so è che, alla fine di questa lettura, mi sento ancora più vicino al popolo ucraino, alle persone come Artem. Contagiato dal suo approccio empatico, avrei voglia di abbracciarlo, semplicemente. Dirgli grazie, senza aggiungere molto altro, perché sento che, con la sua scelta di rischiare la pelle, di vivere lontano dalla sua famiglia da quattro anni, di diventare uno tra i tanti in tuta mimetica al gelo, con i droni sulla testa, sta combattendo anche per me, che sto qui, comodamente seduto al mio computer, godendo della mia libertà, vicino alla mia famiglia e agli amici.
Artem Chapeye (1981), è uno scrittore, giornalista e traduttore ucraino, cinque volte finalista del BBC Ukraine Book of the Year. Pacifista e di sinistra, dopo l'invasione russa del febbraio 2022 si è arruolato volontario nell'esercito ucraino, dove tuttora presta servizio. La gente normale non va in giro armata (Altrecose, 2026), tradotto da Alessandro Achilli, è il suo primo libro pubblicato in italiano. È tuttora in servizio nell'esercito ucraino