Alessandro Hellmann

Alessandro Hellmann La persistenza delle cose


Prospettivaeditrice, 2004, € 7,00 emergenti

di Simona
La persistenza delle cose è la poesia che, non casualmente, dà il titolo al volume. Dietro la bella fotografia di Jeff Dunas in copertina, scorrono quasi novanta pagine attraversate da versi freschi, rapidi, efficaci. Chi scrive confessa la poca consuetudine con il genere e l’assoluta mancanza di cognizione su questioni di metriche o rime o poetica, e tuttavia le pagine hanno cominciato a scorrere rincorrendosi poi, senza interruzione, sino alla fine. Forse perché i versi della raccolta, ospitali, non intimoriscono ma accolgono chi, pavidamente, vi si accosta, svelandosi come semplici tasselli di un mosaico che, più complesso, compone un’indagine penetrante sulla condizione umana. La raccolta è suddivisa in quattro sezioni: Stagioni, Deserti, La persistenza delle cose, Diario americano. L’autore si sofferma su oggetti, paesaggi e ambienti considerati non come sfondo, ma elementi costituenti di un’esistenza che si snoda in bilico tra reale e irreale, tra “paesaggi fisici e paesaggi dell’anima”. Si giunge all’essenza per mezzo delle forme, riflettendo per loro tramite sull’eternità, sull’effimero, sullo scorrere dell’esistenza, sull’amore e la malinconia, sullo straniamento e la dolcezza del quotidiano, ossia sulla vita, mi sembra. Si avverte un attaccamento al quotidiano che appare come una ricerca tenace e urgente di genuinità, unica maniera pura di attraversare giorni.
“… Non serve ritornare dove sei stato felice. Quale feroce nostalgia mi ha riportato qui?” - (Estate)
Per questo, mettono a proprio agio le scarne rappresentazioni capaci di svelare sensazioni condivise, trovando molte di queste docili immagini dirompenti come un ricordo improvviso, lucide come una consapevolezza (Mi nascondo). Appaiono invece meno insoliti versi d’amore e solitudine per quanto, sempre, intensi. Ammetto poi una solidale, struggente simpatia per il richiamo ad albe salutate da treni attraverso campagne e periferie, come in Vengo dalla malinconia. Versi come Bellezza; Lo stato dell’arte; Paesaggio; A mio padre;Gli alberi; Mezzogiorno, agosto, via Tuscolana; La tua cura, rinviano ad una quotidianità vivida e compassionevole. Diamante svela un’inaspettata ironia, mentre riconosco una vera infatuazione per i tre versi di Rainey Park e per quelli con i quali si conclude la raccolta, gentili.
“E come avrei potuto io in qualche metrica claustrofobica imprigionare le parole?” - (Jazz)

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