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Alessandro Hellmann

Cent’anni di veleno - il caso acna l’ultima guerra civile italiana

Alessandro Hellmann


Stampa Alternativa, 2005, € 10,00

di Simona
Narrando cent’anni di inquinamento e di collusione tra potere politico e industriale, la cronologia del caso Acna ci racconta una vicenda dimenticata nell'oblio dell'informazione usa e getta. L'Acna nasce nel 1882 nel comune di Cengio, al confine tra Liguria e Piemonte, divenendo per cent'anni il perno attorno a cui ruotano la vita e la morte degli abitanti della Valle Bormida. Infatti, subito i valligiani capiscono che gli interessi di pochi rischiano di soffocare le voci stupite di chi rivendica il semplice diritto a vivere su una terra non avvelenata.
“Così la gente scese in strada a manifestare. In strada perché da queste parti di piazze grandi non ce ne sono. Un fiume di uomini, donne, bambini, buoi, carri, trattori, macchine, motorini, biciclette…”
Gradualmente la fabbrica chimica ingoia le vite degli abitanti della valle. Concede ai cengesi un tenore di vita che altrimenti non avrebbero mai sperimentato, si insinua nei terreni e gonfia le coltivazioni dei contadini piemontesi, regalando sapori venefici. Colora, inquina, appesta, uccide il Bormida, divenuto mostro curioso che i bambini guardano con fascinazione e orrore. Forse solo per caso i valligiani piemontesi si trovano dalla parte giusta ma l'impegno, la solidarietà, la pacificità, li rendono protagonisti di una vicenda che ha qualcosa di eroico. E che ne potevano sapere quelli dell'Acna di dove si vanno a nascondere gli eroi? Perché i valligiani sono poveri, impoveriti, spesso illetterati ma coraggiosi, e giusti.
“Le testimonianze degli operai e dei sindacalisti sulle condizioni di lavoro nella fabbrica fanno gelare il sangue…Dai banchi in fondo si sente qualcuno che piange. Sono le mogli, i figli, i fratelli di chi non c’è più. Sono tutti lì, nella compostezza di chi ha conosciuto il dolore. Aspettano. Aspettano giustizia.”
E’ la tipica storia italiana di malafede, furberia, inadempienza, dramma e indifferenza, ma ogni storia raccontata diventa unica. Questa avrebbe potuto essere narrata da Camilleri, e l’autore qui la racconta con analoga ironia e abilità, con schiettezza e umanissima partecipazione, restituendoci l’onda spontanea dell'indignazione, e la misura di come un simile abuso abbia influito sulla vita semplice di migliaia di valligiani. Mai avrebbero voluto né immaginato di diventare, ciascuno di loro, protagonisti loro malgrado di una lotta contro tutto e contro tutti.
“Intanto i sindaci presentano un’altra denuncia accusando la fabbrica di scaricare nel Bormida sostanze inquinanti…Guardi pure, Vostro Onore, è tutto in regola. Anche l’acqua non è più nera come una volta. E ci mancherebbe altro, con quel che costa tutto il decolorante che ci si getta dentro…Noi d’altronde l’avevamo detto che era meglio il tubo, un bel tubo e il problema dell’inquinamento era risolto…Dicono che cambiare posto allo sporco non vuol dire pulire…Eppure abbiamo sempre cercato di accontentarli in tutto…Insomma, non è mica un divertimento, a notte fonda, andare avanti e indietro da Cengio a Cortemilia a gettare nel fiume i pesci d’allevamento, che così la gente poi li vede ed è contenta perché pensa che l’acqua ora è pulita. Era un bell’impegno: i pesci morivano subito e dovevi sempre stare là a portarne altri…”
I valligiani piemontesi quasi mai ottengono successi, più spesso umiliazioni, eppure sempre continuano a manifestare, ad opporsi, a lavorare e vivere.
Sabato 23 luglio 1988. E’ un’estate torrida. Quel giorno a Saliceto l’afa si fa sentire già dalla prime ore del mattino. Però il cielo è strano. C’è una nube biancastra che nasconde il sole…E se apri la finestra o scendi in strada ti si chiude la gola in un nodo. Fuori l’aria ha l’odore dell’inferno. Non si riesce a respirare. Prima ti prende la tosse, poi le convulsioni…Intanto la nube scende a valle…La gente si riversa sulla piazza del Municipio e improvvisa un’assemblea…Che si fa? Si prendono le macchine e si va a Cengio, che tanto quella nuvola, qualsiasi cosa sia, non può che venire da lì…E ad ogni paese si aggiunge qualcun altro…La protesta prosegue…i Piemontesi scendono a Roma. Per qualcuno di quei poveri cristi è il settimo giorno consecutivo di protesta. La valle è deserta. I negozi restano chiusi e i mercati annullati. In piazza qualcuno ha appeso uno striscione per salutare il loro ritorno, ormai a notte fonda. “La Valle Bormida vi ringrazia!”
Tra chiusure temporanee e proteste l’Acna va avanti…“La sera del 19 aprile in valle sono tutti davanti alla tv. C’è il Milan di Sacchi contro il Real Madrid, semifinale di coppa dei Campioni.” La telefonata anonima di un operaio dell’Acna avvisa di una perdita di percolato verso il fiume, vicino allo scarico...Comincia un presidio epico. “Per trentuno giorni e trentuno notti il presidio continua e si resta lì, tra quelle pozze d’acqua rossa, al freddo, con l’umidità che ti entra nelle ossa, che qui ad aprile non fa che piovere, porco Giuda, e con quelli dell’Acna che controllano ogni passo.” Dopo un mese un'assemblea pubblica dell'Acna organizzata d’accordo con il sindacato e con il sindaco scatena la peggio…“Arrivano tre persone…Sono sconvolti, gli occhi sbarrati…Giù al presidio! Li ammazzano tutti!…Ma volete capirlo che è giù che bisogna andare? Andate giù! Niente, i poliziotti non si muovono di un centimetro…”
Nel gennaio 1999 la fabbrica chiude. Alla fine il mostro si esaurisce da sé, senza gran finale. Oggi si sta facendo la bonifica: i terreni e le acque ricominceranno a vivere, eppure durante gli anni dei veleni non hanno smesso di dare frutti, che sono vite ed esempio. Perché il caso ha dato a questi uomini la possibilità di dimostrarsi grandi, e loro ci sono riusciti. Non era facile. Nelle lotte dei contadini armati di forcone, nelle manifestazioni pacifiche, nelle morti e nelle sentenze di assoluzione, nel presidio alla fabbrica, nella pazienza, nella tenacia e nel sostegno reciproco riconosciamo degli uomini perbene, in una prospettiva che li rende eroici, se non fosse, questo termine, abusato e spesso affibbiato superficialmente. L'esempio di uomini semplici, che rivendicano in maniera dignitosa e serena il diritto a non morire di veleno, rimarrà nella memoria dei figli insieme ai ricordi, quasi onirici, di un fiume rosso e schiumoso, forse rendendoli migliori, perché non potranno scordare di avere avuto dei grandi padri.
“…Sono le tre di notte quando la squadra antisommossa avanza in assetto da guerra verso il presidio. La carica dura pochi minuti, perché nessuno oppone resistenza. Solo pochi minuti…Il presidio è finito. Ma la gente non va via. Anzi, sul fare del giorno arrivano altre persone. Si resta in attesa che qualcosa accada…E qualcosa accade…La polizia attacca, ed è una grandinata di manganellate e calci nell’inferno dei lacrimogeni…Il mattino seguente, per il terzo giorno di fila, rieccoli tutti lì, su quei pochi metri di strada, di nuovo di fronte ai poliziotti armati fino ai denti. Nessuno ha più la voglia o la forza di urlare. Restano seduti sull’asfalto bollente…”