Alessandro Baricco

Alessandro Baricco Omero, iliade


Feltrinelli, 2004, € 13,00

di Simona
“La tristezza è il nostro destino: ma è per questo che le nostre vite saranno cantate per sempre, da tutti gli uomini che verranno”.
Lasciando da parte discussioni letterario-filologiche, stilistiche e formali, e prendendo in considerazione esclusivamente la narrazione, qui dentro, come si sa, c’è il racconto di un assedio, di battaglie, di una guerra. E c’è la descrizione scandalosa di sangue, ferite, viscere, mattanze, decapitazioni.
“E con la spada gli taglio la testa di netto, ancora parlava, con quella bocca, e tendeva la mano verso di me supplicando, e io con la spada gliela taglio, la testa, e la guardo rotolare nella polvere. Vedo ancora come fosse adesso Ulisse che prende quel corpo, lo solleva e lo offre ad Atena.”
Ma questa narrazione è anche, e soprattutto, la storia di Achille. Tutto parte da lui e dalla sua ira contro Agamennone, da cui ha subito l’offesa mortale per la quale decide di non combattere. Dice l’autore: per quanto i personaggi dell’Iliade possano essere grandi, è solo a contatto con Achille che diventano memorabili. Così, memorabile è il diverbio con Agamennone, memorabile è il tentativo fatto dagli Achei di convincerlo a tornare in battaglia. C’è tutto in Achille, semidio pressoché invulnerabile, monumento vivente alla forza e allo splendore della guerra, ma anche amplificatore di ogni emozione umana: il massimo dell’odio, il massimo dell’ira, il massimo dell’amore. E, oltre a tutto questo, Achille è un ragazzino: ha quindici anni. E’ un ragazzino, ed è il centro di ogni cosa nell’Iliade: più di Ettore, più di Ulisse o Paride, più di Menelao o Priamo o Elena. Sarà lui che, dopo aver subito il dolore più grande, la perdita dell’amato Patroclo, sferrerà il colpo più ferale mai patito dai troiani, con la morte di Ettore. Solo dopo piangerà senza tregua la morte del proprio amato, con pena infinita, ma dimostrerà anche grande pietà, concedendo al padre Priamo di riavere il corpo del figlio, Ettore, che pure aveva trascinato con il capo nella polvere tre volte sotto le alte mura di Troia. Tutto gira intorno ad Achille. Infatti non è l’anziana saggezza di Nestore a trasmettere la più convinta asserzione di pace, e nemmeno lo fa il paziente, astuto Ulisse. Non lo fanno i grandi re, Agamennone re di popoli, o il vecchio Priamo. Sono le donne ad avere sempre una visione pacifica della vita. Come Andromaca, che prega Ettore di essere prima marito e padre, piuttosto che eroe. E tuttavia, ancora, è Achille, il guerriero, a pronunciare a suo modo le più limpide parole di pace.
Achille guardò Agamennone con odio: “Uomo impudente e avido”, disse, “E tu pretendi che gli Achei ti seguano in battaglia? Non son venuto qui per combattere i Troiani, non mi hanno fatto nulla, loro. Non mi hanno rubato né buoi né cavalli, non mi hanno distrutto il raccolto: montagne piene d’ombra dividono la mia terra dalla loro, e un mare fragoroso. E’ per seguire te che sono qui, uomo senza vergogna, per difender l’onore di Menelao e il tuo. E tu, bastardo, faccia di cane, te ne freghi e minacci di togliermi il bottino per cui ho tanto penato? No, è meglio che io torni a casa, piuttosto che rimanere qui a farmi disonorare e a combattere per procurare a te tesori e ricchezze.”
Si dice che l’Iliade sia un monumento alla bellezza della guerra: alla guerra come arte, come intensità di vita, come esperienza che più di ogni altra fa intuire all’uomo sé stesso…eppure, quello che emerge dalla narrazione di questo scheletro di Iliade, è la necessità di pace. I principi Achei sono posseduti da una sorta di ebbrezza guerriera ma allo stesso tempo confessano candidamente la nostalgia di casa, delle spose, e di un tempo mite.
“…Gli eserciti rimasero in silenzio. Allora si sentii la voce possente di Menelao (…) Io sentii le sue parole e poi vidi la gioia di quei due eserciti, improvvisamente uniti dalla speranza di mettere fine a quella guerra luttuosa. Vidi i guerrieri scendere dai carri, e togliersi le armi di dosso e posarle per terra,coprendo i prati di bronzo. Non avevo mai visto la pace così vicina. Allora mi voltai e cercai Nestore, il vecchio e saggio Nestore. Volevo guardarlo negli occhi. E nei suoi occhi vedere morire la guerra, e l’arroganza di chi la vuole, e la follia di chi la combatte.”
Allora forse non esiste un inno alla guerra, mai: dipende solo dagli occhi di chi legge. E’innegabile che l’esperienza della guerra può mettere come nessun’altra l’uomo di fronte a sé stesso e al proprio essere, ma allora, di fondo, è questo a cui l’uomo deve tendere? O non forse a conoscere sé stesso, la realtà della propria vita e il senso della propria esistenza in un contesto di pace in cui, pure, poter sperimentare emozioni le più intense, e in cui dare una senso pieno alla vita? Un senso che, in questo tempo non di pace e di folli derive sanguinanti, può addirittura significare semplicemente il rispetto per l’esistenza umana. Tuttavia questo non può bastare, e allora è così totalmente utopico, in questo tempo, sperare di riuscire a illuminare l’esistenza alla luce bianca e limpida della pace, senza dover aspettare di coglierne il calore solo di fronte al brivido accecante della morte? Non è forse più coraggioso tentare di vivere un’intera esistenza quotidianamente cercando con pazienza di coltivare le emozioni e il senso di noi stessi, della vita, delle cose, piuttosto che ricercarne il senso nell’atto estremo della violenza? Un’opzione che poteva sembrare quasi assurda, qualche tempo fa, e che ora è invece considerata quasi doverosa, da alcuni, addirittura “giusta” o inevitabile, da altri. Quasi mi stupisco di come chiunque non pensi che questa sia una scelta senza futuro, per definizione, tanto da far balenare il pensiero di individui come pedine senza senno, mosse da dei capricciosi. Ma sarebbe troppo semplice: è tutto dentro l’uomo. Del resto, da millenni è così che si è agito, per millenni la guerra è stata il punto più alto dell’esperienza umana: eppure l’umanità è cresciuta. Se per Achille quella guerra era davvero l’unica alternativa per vivere la propria vita intensamente, altre oggi sono le nostre risorse: emotive, sociali, intellettuali. E’ per lo meno primitivo accettare così serenamente l’opzione della violenza, quando non scandaloso. E Omero, che da più di duemila anni racconta della bellezza abbagliante della guerra confusa col dolore accecante che ne deriva, e contemporaneamente della tendenza insopprimibile a evitare quel dolore, non ci ha insegnato nulla? E Achille, il semidio guerriero accecato e furente, umano nel suo intenso sentire come nessun altro, che se potesse fuggire al destino disegnatogli dagli dei bizzosi sarebbe forse un meraviglioso uomo, Achille, non ci ha dunque insegnato nulla? Di tutto questo si parla in Omero, Iliade e forse non era necessario ma, una volta letto, non è inutile.
“Se gli dei mi salvano, se ritornerò a casa, sarà mio padre a scegliere una sposa per me. E’ a casa che voglio andare, è lì che voglio tornare, a godere in pace di ciò che è mio, con una donna al fianco, una sposa. Per quanto immense, tutte le ricchezze che Troia nasconde dietro le sue mura non valgono quel che vale la vita. Si possono rubare buoi, e grasse pecore, ci si può riempire di cavalli e tripodi preziosi, comprandoli con l’oro: ma la vita non puoi rapirla, non puoi comprarla. Ti esce dalla gola, e non torna più indietro.”

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